WWOOFING A CHI? COME VIVERE IN CAMPAGNA SENZA SBORSARE NÉ RICEVERE UN EURO IN CAMBIO

Testi a cura di Salvatore Cherchi e Francesco Guerri

Foto di Marco Castelli

 

In un’epoca in cui i lavori concettuali e digitali sembrano essere il pane quotidiano delle nuove generazioni, chi cerca il lavoro nei campi ancora esiste, e alcuni sono pure disposti a farlo senza retribuzione. Non si tratta di filantropi, né di esigenze in tempo di crisi. È il Wwoofing: World-Wide Opportunities on Organic Farms, una rete di aziende agricole e fattorie biologiche che, come possiamo leggere dal sito, “mette in relazione volontari e progetti rurali naturali promuovendo esperienze educative e culturali basate su uno scambio di fiducia senza scopo di lucro, per contribuire a costruire una comunità globale sostenibile”.

L’idea nasce per caso in Inghilterra, negli anni ’70, per merito di Sue Coppard, una donna che decise di passare i weekend presso le fattorie inglesi offrendo loro aiuto nel lavoro dei campi in cambio di vitto e alloggio. Questa forma di scambio ebbe un grande successo, e oggi è regolata appunto dalla rete Wwoof, diffusa a livello mondiale, dall’Europa all’America Latina, dall’Africa all’Australia.

 

Foto di Marco Castelli per Riot Van

Foto di Marco Castelli per Riot Van

 

Dal digitale al rurale

Wwoof è un’associazione internazionale coordinata sul web e radicata sui territori nazionali. Fanno parte della rete più di 60 Paesi in tutto il mondo, ognuno dei quali possiede al suo interno un’associazione Wwoof nazionale a cui sono collegati gli host, i soci ospitanti, ovvero le aziende agricole aderenti alla rete Wwoof, e i Wwoofers, ovvero le persone che intendono condividere, per determinati periodi, l’esperienza, lo stile di vita e l’attività quotidiana dell’host scelto.

L’idea di base è semplice e si regge su alcuni valori che entrambe le parti in gioco devono rispettare, pena l’esclusione dalla rete: volontariato, progetti rurali biologici, trasmissione di esperienze educative e culturali, scambio senza scopo di lucro.

 

Foto di Marco Castelli per Riot Van

Foto di Marco Castelli per Riot Van

 

La realtà italiana

Strascichi della cultura hippie, effetto collaterale di un sistema lavorativo precario e privo di prospettive o semplice curiosità e voglia di nuove esperienze, la rete Wwoof Italia macina cifre che mostrano la vitalità del sistema. Secondo un articolo apparso su Repubblica.it, a fare Wwoofing in Italia, nel 2014, sono state 5500 persone, di cui circa un quinto stranieri, mentre sempre più sono le realtà rurali che aderiscono al progetto: attualmente se ne contano circa 700, sparse su tutto il territorio nazionale e diversificate per settore d’interesse, dagli apicoltori agli addestratori di cavalli, passando per i taglialegna, i viticoltori e semplici campi destinati ad attività ortofrutticole. Una realtà variegata e fertile per l’Italia. Solo in Toscana si contano più di cento attività agricole aderenti e, assieme all’Umbria, è la regione più scelta per questo tipo di esperienze.

 

Non solo parole…

Matteo, dell’azienda agricola fiorentina La Ginestra, è diventato host pochi anni fa. Ogni anno ospita nella sua attività sino a quattro Wwoofers provenienti da tutto il mondo, “età 19-29 anni, educazione universitaria (spesso a indirizzo agricolo, educativo o artistico). Molti sono musicisti o pittori. Tutte sono persone interessanti, che hanno passione per la vita e la natura. Hanno carattere estroverso e volitivo e quando li invitiamo a cene o feste si buttano a capofitto e si divertono tantissimo”.

Finora Matteo è rimasto soddisfatto della strada presa: “Per noi è una bellissima botta di vita, ci dà forza. I ragazzi si congratulano per quello che facciamo. Ci ricordano l’importanza del nostro lavoro, quello di produrre cibo genuino e rendere fertile ed equilibrata la terra”. La sua azienda, che si occupa di apicoltura, cerealicoltura, viticultura e allevamento, offre ai Wwoofers i lavori più disparati: “mi capita di insegnare la potatura, e poi lascio lavorare in autonomia, controllando che abbiano capito i concetti base, e ne correggo gli errori se necessario. In linea generale fanno quello che facciamo noi”.

Ma non c’è la possibilità che qualcuno si approfitti della situazione per aver manodopera gratuita? “Il rischio esiste, ma ogni Wwoofer ha la possibilità di riportare comportamenti scorretti, quindi anche casi di sfruttamento, all’associazione Wwoof, che può rimuovere l’azienda dall’associazione stessa”. Anche provando a fare una ricerca sui forum di discussione che trattano l’argomento, è raro imbattersi in lamentele o resoconti negativi a riguardo. Qualcuno sostiene di aver “lavorato” più ore del dovuto (l’associazione Wwoof parla di 4-5 ore di lavoro giornaliere, per 5 giorni a settimana), o di non aver ricevuto un’accoglienza idonea da parte dell’host (scarse condizione igieniche, persone scorbutiche etc.) ma, trovandoci all’interno di una sorta di “zona franca”, è complesso capire quando i diritti, e con essi i doveri, di host e Wwoofers vengono a mancare.

Il lavoro in campagna è duro, e non è legato a orari d’ufficio o fabbrica, i ritmi di vita sono differenti e spesso se sorgono problemi o malintesi è per via delle difficoltà di comunicazione. Più o meno così vengono arginate le piccole lamentele. Del resto il compito dell’associazione Wwoof non è trovare un lavoro alle persone, ma coordinare uno scambio e porre gli individui nelle condizioni di vivere un’esperienza. Il tesseramento all’associazione prevede comunque un’assicurazione nei confronti del Wwoofer, ed è predisposto un indirizzo e-mail per presentare in forma scritta segnalazioni di aziende cosiddette “scorrette”, ovvero che non rispettano le norme dello statuto Wwoof.

 

Foto di Marco Castelli per Riot Van

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… ma fatti

Giada è una Wwoofer alla sua quarta esperienza, ha iniziato quasi per caso: “Mi sono diplomata l’anno scorso come perito agrario e la verità è che non sapevo bene dove sbattere la testa. Un po’ perché non avevo esperienza in campo agricolo, abito in un paese prevalentemente industriale, e perché la mia scuola non mi ha formato dal punto di vista pratico. Mi sono iscritta al Wwoof e ho iniziato a contattare aziende per capire come funzionava. Inizialmente, non sapendo ancora quale genere di attività agricola mi potesse interessare, ho contattato tante aziende senza uno scopo preciso”.

Come lei anche Anne Sophie, ragazza francese che ha fatto la Wwoofer in Australia: “Ho deciso di partire perché avevo bisogno di un cambiamento, imparare cosa fosse la vita in una fattoria. Ho scelto di fare Wwoofing nelle fattorie di allevamento bovini perché è una cosa che mi appassiona: dare da mangiare agli animali, occuparsi del giardino, imparare a guidare i quad o andare a cavallo. Sentirsi utile insomma!”.

Per entrambe l’esperienza è stata positiva, ma non leggera come una vacanza estiva. “Per poter vivere al meglio questa esperienza bisogna essere pronti a tutto, essere aperti mentalmente e poi ovviamente essere se stessi, in modo tale da lasciare una impronta personale ovunque si vada”, sostiene Giada; e aggiunge Anne Sophie: “È molto bello e interessante ritrovarsi nel bel mezzo della campagna, vivere come un contadino e lavorare sette giorni su sette, ma forse non è esattamente un’esperienza per tutti, perché bisogna essere degli hardworker”.

Se state cercando una vacanza diversa, o un impiego alternativo, forse il Wwoofing non è quello che vi serve. Ma se avete intenzione di mollare tutto per andare a coltivare l’orto immersi nel verde per svegliarvi al canto del gallo e mangiare bacche in riva al fiume, ma l’ultima volta che avete messo piede in campagna è stato durante l’infanzia, quando siete andati a trovare un vecchio zio ormai perso nelle pieghe del tempo, forse il Wwoofing vi può aiutare a trovare la dimensione necessaria ad affrontare con maggior realismo il grillo che vi è saltato per la testa.

 

Foto di Marco Castelli per Riot Van

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La parola all’esperto: due domande ai coordinatori della rete Wwoof Italia

 

Quando è nata la rete WWOOF Italia, e perché?

L’organizzazione è nata nel 1999, per rispondere all’esigenza di vari agricoltori, soprattutto toscani, di portare in Italia il wwoof. Si creava così un contenitore in cui chi voleva condividere i propri saperi incontrava chi aveva voglia di dare una mano e di apprendere tecniche di agricoltura biologica e vita sostenibile.

Quanti soci conta la vostra organizzazione?

All 15 maggio 2015 contiamo 5473 WWOOFers e 667 Aziende.

 

Non esiste il rischio che questa forma di scambio venga sfruttata per alimentare forme di lavoro non retribuito

Il rischio esiste. Ed è proprio per minimizzarlo che Wwoof italia negli ultimi anni ha intrapreso un percorso per togliere dalla mente di alcuni host l’equivalenza wwoof=manodopera a basso costo. Sono così nati i coordinatori, soci che si impegnano, su base regionale o locale, a visitare ogni singola azienda che fa domanda di iscrizione. In questo modo è possibile valutare con che approccio ci si avvicina al Wwoof, ed eventualmente a far desistere chi sia in cerca di un operaio. Nel 2013 abbiamo poi messo mano allo statuto e al regolamento ottenendo dall’istituto Biagi (ente universitario che si occupa di certificare il lavoro nero) una cosa semplice: una certificazione che dichiara che l’host che si attiene al regolamento non sta impiegando lavoratori in nero. Le aziende sono centri educativi in cui si fa attività formativa, è proibito ogni scambio di denaro e ogni altra retribuzione, e l’attività del Wwoof ha precisi parametri qualitativi e quantitativi,  superando i quali non si rientra più in un rapporto wwoof.

 

Foto di Marco Castelli per Riot Van

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Perché il WWOOFing è una esperienza “da fare”?

Per le aziende è un’esperienza che da la possibilità di sentirsi parte di un processo più ampio, facendo parte di una rete con cui si condividono valori, idee ed entusiasmo. Tramandare le proprie conoscenze e il proprio stile di vita a persone che poi magari replicheranno la stessa esperienza da molta energia. Per i viaggiatori sono molti i motivi che possono spingere a entrare nel Wwoof: dalla possibilità di viaggiare entrando nel vivo della cultura locale, magari apprendendo la lingua, all’occasione di avere gratuitamente un corso intensivo su tutto ciò che l’agricoltura può offrire, dalle fatiche alle gratificazioni più grandi.

 

Un consiglio per chi vuole viaggiare uno per chi vuole ospitare.

Il consiglio per chi vuole ospitare è di non scambiare il Wwoof per offerta di manodopera gratuita: ospitare persone da tutto il mondo, e magari alla prima esperienza in agricoltura, è tanto gratificante quanto impegnativo: è fondamentale offrire a chi ci visita più del solo lavoro dei campi, ma anche la condivisione di un pezzo della propria vita.

A chi viaggia si può consigliare di scegliere con attenzione in quale azienda farsi ospitare, cercando quella che più si avvicina alle proprie aspettative. Nel caso di problemi, invitiamo a contattare l’associazione e a farlo presenti: questo aiuterà tutti a crescere e a evitare il ripetersi degli stessi stessi errori. Ma soprattutto, divertitevi: andate con gioia e curiosità a scoprire cosa il mondo agricolo italiano ha da offrirvi, e vi porterete comunque a casa un’esperienza importante, emozioni da ricordare e tante conoscenze e contatti umani che vi renderanno più ricchi.

 

Foto di Marco Castelli per Riot Van

Foto di Marco Castelli per Riot Van