UNA SALITA VERA. IN RICORDO DI PANTANI

Dodici anni senza il Pirata. Il 14 febbraio 2004 moriva uno dei più grandi scalatori della storia.

Ce lo ricorda un racconto di Andrea Lattanzi, pubblicato su Riot Van #15 – Letture Terminali.

Buona lettura e forza Pantani! 

 

Una salita vera

 

Prologo. Da qualche parte, a Firenze

“Non chiedermi neanche perché ti racconto questa storia” – gli dice lui un po’ avvinnazzato. Lei non muove un muscolo, ascolta assorta. Lo guarda intensamente e tira un sospiro a metà fra l’interesse e la perfetta cognizione di quello che l’altro ci sta per dire. Fa cenno di sì con la testa.

“C’è questo gruppo di scrittori a Firenze – attacca lui – che si vede a Santo Spirito, lì al Caffé Notte. Lo sai dov’è no? All’angolo con via della Chiesa e via delle Caldaie”.

Lei continua a guardarlo. Apre la bocca a mo’ di pesce lesso dicendo di no solo con gli occhi. È l’apoteosi del disinteresse. Non una parola per qualche secondo e poi, d’improvviso: “No, non ho idea. Ne conosco uno a Miami”.

La letteratura, è noto, non attira facilmente le simpatie del gentilsesso. Ma tant’è che lui insiste: “Insomma, a Santo Spirito. Hai presente il festival del libro a Torino, lì come si chiama, il Salone del Libro di Torino. Ecco, loro in chiave sarcastica rivisitano questa esibizione. Son volgari eh… Però hanno la decenza di fare qualcosa che non abbia un secondo fine. Almeno che io sappia…”. Lei prosegue a fissarlo, lui va avanti: “Leggono dei racconti la sera e io vorrei leggerne uno. Ma il problema è che scriverlo è un po’ più difficile. Io non son portato, non mi interesso.,.”. E muove il capo in senso negativo.

“Comunque sia – spiega – il tema è racconti terminali. Poi cosa voglia dire racconti terminali, mi ha detto un mio amico, non è che importi. È un tema, tu scrivi quel che ti pare. Ecco, io invece pensavo che terminale volesse dire tante cose”. Poi si ferma, con la faccia interrogativa: “Secondo te cosa significa?” – le fa. Lei, a dire il vero un po’ sorpresa dalla domanda, azzarda mezzo sorriso. Rigira la questione: “Secondo te?”. Lui risponde al sorriso, annuisce con la testa e comincia a spiegare. Non prima, per altro, di essersi convinto che la smorfia di lei volesse dire qualcosa del tipo: “se te la giochi, se parli bene e ogni tanto ci tocchiamo senza volerlo, poi va a finire che te la do”.

Si alza in piedi, la guarda dall’alto. “Te lo dico io cosa vuol dire. Ma, come ti ho già detto, non mi chiedere perché” – gli risponde secco. Prende fiato, inizia a raccontare.

 

Da qualche parte in Francia. Le leggende non terminano mai

“È la quindicesima tappa da Grenoble a Les deux Alpes dove sta piovendo a dirotto. La situazione: al comando Maximilian Sciandri, secondo Cristophe les Derout, Peter Serrasain e via via il gruppetto dei primi. È qui Adriano che si può decidere il Tour de France. Salita a doppia scalata, Col du Telegraphe – Col du Galibier”.

“Leblanc rompe gli indugi, è appena cominciata la salita, sempre davanti in sei. Accellera Ullrich. Pantani è a centro gruppo, è vigile, brillante. Ha avuto una scivolata senza conseguenze”.

“Ancora un attacco degli uomini della Cofidis, in gran spolvero oggi”.

“Con ogni probabilità farà l’affondo sul colle finale”.

“Io invece penso possa scattare già sul Galibier Adriano. È il pezzo più duro e difficile. Du Telegraphe è a 11% di media. Ma il Galibier è lungo 12 km e da 1420 m si sale a 2600 metri. 1200 metri di dislivello. Una salita dura. Una salita vera”.

“Un’azione molto importante attenzione. Leblanc lancia l’attacco, in seconda posizione la maglia gialla del tedesco Jan Ullrich, Pantani pronto a intervire, ha più di tre minuti di distacco in classifica generale. Potrebbe essere il momento decisivo Davide?”

“Io penso sia una situazione interessante. Pantani mani base sul manubrio, Ullrich si volta di continuo. Se sta bene potrebbe partire adesso. Potrebbe partire adesso. Ecco di farte parte”.

“Eccolo parte adesso. Attenzione”.

“E non risponde Ullrich. Ha già dimostrato di aver capito che quando scatta Pantani è meglio lasciar perdere. Ecco Pantani che si volta e aspetta Leblanc. La prima volta che ha dimostrato forse grande intelligenza tattica Davide. Si è voltato e ha rallentato. Ha capito che Luc Leblanc può dargli una mano”.

“Parte e riparte Pantani. Pantani nella scia di Escartìn”.

“Lo scavalca”.

“Ormai ha fatto il vuoto”.

“Ulrich non reagisce affatto, anzi rallenta e perde secondi”.

“Pantani proprio un altro passo. Una legnata sta dicendo Cristiano Gatti. Una legnata incredibile. Tutti ci hanno provato ma nessuno ha tenuto il passo del Pirata. Leblanc, Escartìn, tutti gli altri non sono riusciti a tenere il ritmo”.

“Signori e signore quando questo ragazzo scatta non c’è niente da fare”.

“Il pirata vola lungo la discesa del Galibier. Pantani si alza ancora sui pedali, scatta ancora”.

“Marco Pantani 4 minuti di vantaggio virtualmente maglia gialla rilancia ancora il passo, di nuovo all’attacco”.

“Ultimo rilevamento cronometrico: Ullrich ha nove minuti di ritardo”.  

“Eccolo. Sta arrivando Pantani sul traguardo di Les deux Alpes, seconda vittoria al Tour per lui”. “Oggi dà il ko agli avversari. Continua a scattare fino al traguardo e solo ora che lo ha tagliato alza le mani in segno di trionfo”.

“Che fenomeno gentili telespettatori, che fenomeno. L’Italia sul tetto del mondo del ciclismo”.

 

Il Pirata

 

Epilogo. Da qualche parte a Campo di Marte

“Dalla telecronaca di Adriano De Zan e Davide Cassani della 15esima tappa del Tour de France 1998 andata in onda su Rai Sport” – stantuffa lui senza neanche riprender fiato. “Questa – prosegue ormai col volto rosso sangue – è la storia di Marco Pantani tutta. Senza che te ne racconto la fine. Le leggende non terminano mai”.

 

“I racconti – si ferma un attimo a pensare – quelli, prima o poi, terminano”. E tanti terminano bene, ma altrettanti terminano male. Sono i pensieri, invece, che non terminano mai. Quelli ti girano attorno, ti entrano dentro. Finisci il racconto, volti pagina, chiudi il tuo libro. Ma il pensiero a quel che hai letto te lo porti dietro per un po’. Se era una storia decente. “Conosco un tale – le dice – che muore ogni giorno di più. Mica lui è terminale. Le malattie sono terminali. Come i racconti. E come i racconti finiscono bene o finiscono male. E in ogni caso, il pensiero di quella persona vivrà per sempre. Dentro me, dentro te, dentro lui, visto che il racconto in questione avrà un buon epilogo”.

Lei lo guarda ancora. Stavolta è curiosa. Forse perché davvero non ha capito niente, forse perché la confusione di lui è davvero disarmante. Sorride euclidea come un teorema e gli chiede: “Ma che cazzo dici scusa?”.

“Niente, lascia perdere – risponde lui – ti avevo chiesto di non chiedermi perché”.

Adesso lei è attonita, inespressiva. Lui si aspetta una reazione, ma niente. Altera come un certo ciclista tedesco in maglia gialla convinto di aver già vinto ogni cosa, convinto di non dover spiegare niente a nessuno. In seguito, i fatti dimostreranno non solo che quel certo ciclista tedesco non avvrebbe vinto niente, ma anche che di cose ne avrebbe avute molte da spiegare. E dimostreranno che anche lei, col senno di poi, avrebbe avuto un giorno da raccontar qualcosina.

Si diedero un bacio, scoparono con vista Fiesole.