THE GET DOWN: IL BIG BANG DELL’HIP-HOP

Questa estate, mentre tutti i binge watchers si impegnavano a trovare il modo più originale per discutere di Stranger Things prima di dimenticarsene e andare in vacanza, Netflix ha rilasciato la sua serie TV più colossale: The Get Down. Un’opera concepita in dieci anni di studio, consulenza e scrittura, costata oltre 100 milioni di dollari e affidata alle mani dell’eclettico Baz Luhrmann, regista che ha firmato i sobri Moulin Rouge, Romeo+Giulietta e Il Grande Gatsby.

Accettata di buon grado dalla critica, non se n’è forse trattato abbastanza qui da noi, ancor meno in quegli spazi dove le discussioni attorno alla musica rap ristagnano su temi affini al tifo da stadio.

 

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Per farla breve, The Get Down è una serie TV che racconta gli antefatti che hanno portato alla nascita della cultura Hip-hop. Un viaggio nel South Bronx durante l’afosa estate del 1977: un distretto cittadino caratterizzato da uno skyline di macerie e palazzi in fiamme, abitato da giovani afroamericani venuti fuori dal set di Can’t Hold Us Down di Christina Aguilera, gangster amanti della disco music, DJ zen, palazzinari ispanici attenti al look, guerrieri della notte e sindaci indisposti verso i graffiti.

Immerso in questo variopinto ecosistema sociale si muove un gruppo di ragazzi poco più che adolescenti la cui unica ragione di vita è la musica. E tutto questo è bellissimo. Esagerato. Colorato. Potente. Prepotente. Ambizioso. In una parola: Hip-hop.

Netflix e Baz Luhrmann hanno creato un piccolo gioiello che racconta i tre mesi più caldi di New York.

 

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La cosa che maggiormente colpisce della serie sono i toni volutamente e costantemente sopra le righe, in puro spirito Hip-hop. Gli unici momenti idonei a prendersi sul serio, dove la drammaticità si impone su una narrazione intenzionalmente eccentrica, si trovano confinati da una parte nei filmati d’archivio (sapientemente montati sul girato della serie) che mostrano un quartiere letteralmente raso al suolo, un luogo dove il sogno americano della scintillante Manhattan appare distante anni luce; dall’altra nelle rime del giovane protagonista: Ezekiel “books” Figuero (Justice Smith), il paroliere, l’MC, il fiore che nasce dal letame.

Figlio d’arte, Ezekiel si distingue per la spiccata arguzia e intelligenza e la capacità di non rimanere invischiato nel dramma sociale del ghetto. Non a caso sarà lui il prescelto a diventare la “mascotte del Bronx” per una campagna elettorale volta alla riqualificazione del quartiere.

Ma anche se indosserà giacca e cravatta per frequentare gli alti piani della politica locale, rimarrà legato alle sue radici rappresentate dall’amata Mylene (Herizen Guardiola), figlia del pastore locale Ramon Cruz (Giancarlo Esposito, aka Mr Los Pollos Hermanos), che sogna di diventare la nuova stella della Disco mondiale come Donna Summer, e Shaolin Fantastic (Shameik Moore), leggendario graffitaro e piccolo criminale del Bronx nonché allievo DJ di un certo Grandmaster Flash (Mamoudou Athie).

Le due figure saranno i cardini su cui la vita di Ezekiel ruoterà (e la serie si svilupperà): l’ascesa sociale appoggiata da Papa Fuerte, zio di Mylene, e l’ascesa musicale legata ai The Get Down Brothers, fondati dallo stesso Ezekiel insieme agli amici e a Shaolin Fantastic.

 

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Baz Luhrmann riversa su una storia di formazione a cavallo tra amore, amicizia e ambizione tutto il rumoroso, eccentrico, megalomane e bizzarro immaginario che l’Hip-hop ha fornito, frullandolo dentro i toni e i colori sgargianti della disco music anni ’70 e il disastroso stato del South Bronx.

Quello che ne vien fuori è una storia dalle tinte barocche e grottesche, a tratti pulp ma credibili. Con personaggi così visivamente chiassosi ed esuberanti da essere un perfetto concentrato dei più classici stereotipi che il rap ci ha fornito: dagli amici di Ezekiel, su cui svetta Jaden Smith, figlio di Will Smith, nel ruolo del visionario graffitaro Marcus “Dizee” Kipling, agli atteggiamenti marziali e teatrali di Shaolin o da guru spirituale di Grandmaster Flash, arrivando a Fat Annie, opulenta matriarca madre di Cadillac, il gangster principe della disco che sfida Ezekiel e Mylene in una bellissima gara di ballo. E ancora Francisco “Papa Fuerte” Cruz, ambizioso boss di quartiere, o il disastrato produttore musicale Jackie Moreno.

Insomma: prendete i The Furious Five, infilateli nella Disco Inferno dei The Trammps e fateli girare sul set di 1997: Fuga da New York rivisto da Spike Lee per uno spot della Puma, e avrete The Get Down.

E funziona perfettamente.

 

 

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Ma il cuore pulsante della narrazione è la ricostruzione storica degli eventi. Dietro l’enorme e teatrale messa in scena infatti la vera protagonista della serie rimane la musica e l’enorme forza creativa sprigionatasi tra le macerie del Bronx.

Centrale è l’attimo detto appunto get down, come lo definiva Grandmaster Flash, o b-beats, come lo definiva DJ Cool Herc, che ha dato vita al suono su cui poi si è fondata una miliardaria industria musicale: mandare in loop le percussioni delle tracce reggae, disco e funk facendole girare su due piatti.

Questa divenne la cifra distintiva dei DJ del Bronx e delle loro serate musicali che, consciamente o inconsciamente, si posero in contrapposizione alle serate disco della New York alta.

Come racconta Nelson George, scrittore americano che ha seguito da cronista l’intera evoluzione della cultura Hip-hop: «c’era un locale a Manhattan, il Leviticus, dove volevo andare perché era lì che si trovavano le ragazze più belle. Anche se mi mettevo elegante sembravo un tipo losco. Ecco perché l’Hip-hop è nato negli scantinati e agli angoli delle strade. Erano i posti in cui potevano andare i ragazzini che non avevano scarpe eleganti, ma solo scarpe da ginnastica», o come aggiunge il critico musicale Will Hermes: «L’Hip-hop stava alla disco come il punk rock stava al rock commerciale. Non era rispettabile. Emerse in parte a causa dell’esclusività della disco. I ragazzi dovevano organizzare delle feste tutte loro che riflettessero la loro estetica, decisamente meno elegante».

Ben presto, o in contemporanea, ai DJ si affiancarono MC e breaker, e chi con le parole chi col corpo davano vita a vere proprie sfide tra crew. L’origine delle Jam al 1520 di Sedgwick avenue. E poi il grande blackout che nell’estate del ’77 colpì New York, evento che divenne la grande occasione per i tanti aspiranti DJ di impossessarsi, seguendo l’onda dei saccheggi, di giradischi e casse. Il resto è storia.

 

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Tutto questo in The Get Down c’è perché gli autori si sono presi la briga non solo di inserire personaggi come Flash, Cool Herc e Nas (che doppia un Ezekiel grande, ormai rapper di successo), mescolando vicende reali e fittizie, ma lo stesso Grandmaster Flash e lo scrittore Nelson George sono stati ingaggiati come consulenti affinché tutto quest’universo, dall’abbigliamento alle movenze allo slang alle sfide, potesse essere ricreato in maniera più che verosimile.

 

E se proprio volete cercare l’origine, il big bang, la scintilla che ha fatto deflagrare tutto portandovi dalla Sugar Hill Gang a Kendrick Lamar, mettete in loop gli ultimi 15 minuti dell’ultima puntata della serie e decidete voi se commuovervi, esaltarvi o imprecare.