TANTO VA L’ANZIANO A LAVORARE, CHE CI LASCIA LA VITA: MORTE AI VECCHI, RECENSIONE

di Mattia Rutilensi e Salvatore Cherchi

«Un’antropologa disse più di vent’anni fa che stiamo allevando una generazione di essere umani le cui prime impressioni provengono da una macchina e non dalla madre. È la prima volta che questo accade nella storia della razza umana, e non possiamo pensare che ciò non sia destinato ad avere conseguenze catastrofiche sull’evoluzione della mente».

Morte ai vecchi (Franco “Bifo” Berardi e Massimiliano Geraci, Baldini/Castoldi, 2016) è un romanzo paradossale. Ma non per l’inventiva e le situazioni che presenta. L’idea di base è interessante, suscita parecchi interrogativi e spunti.

Il futuro raccontato si ispira al presente e viene esposto con le tinte tipiche del cyberpunk, con la commistione tra umano e tecnologico che ricorda opere storiche come Ghost in the Shell o Blade RunnerIl libro ci mostra la generazione dei “vecchi”, identificabili con i babyboomers, che viene mantenuta in vita, e al lavoro, grazie alle conquiste scientifiche e al costante uso di sostanze stupefacenti. La loro mentalità rimane però ancorata al passato, e non riesce a dialogare davvero con la generazione dei “giovani”. Come gli studenti a cui il professor Isidoro Vitale, uno dei protagonisti del romanzo, insegna, che sembrano intenti a tutto tranne che ad apprendere ciò che gli viene spiegato.

Ma questi giovani non sono da meno, storditi anch’essi dalle droghe e apparentemente impazziti per via di un chip inserito sotto pelle, impiantato a gran parte della popolazione adolescente. Il loro obiettivo sembra essere quello di non invecchiare («scoprì che la paura di sembrare vecchi dilaga tra i teenager»), e per farlo sono pronti a una guerra generazionale.

La nuova tecnologia, in grado di aumentare a dismisura i collegamenti psichici tra i soggetti, fa perdere la volontà individuale e trasforma il gruppo in un branco, divenendo causa delle esplosioni di violenze che poi sfociano negli omicidi di anziani, o nei suicidi dei ragazzi stessi:

«Alle diciotto in punto quattro ragazzi si sono gettati dai piani alti di quattro palazzi di una città del nord. Salgono così a quarantasette i suicidi collettivi quest’anno. Venti dei morti hanno meno di tredici anni».

In questo schema sembra scontata una lettura critica (o satirica, a seconda dell’umore con cui si leggono queste pagine) dell’attualità: una società gerontocratica, impaurita dalla morte e incapace di abbandonare le proprie posizioni di potere privilegiate, ma soprattutto incapace di dialogare con le generazioni successive, che si accalcano ai piedi degli anziani in un crescendo di pressione sociale. Su questo si veda, ad esempio, il rapporto tra il protagonista Isidoro e sua figlia; quello tra Isidoro, il preside della scuola in cui lavora e i ragazzi che la frequentano; quello ancora tra l’amante di Isidoro e il nipote, sempre chiuso nella sua stanza, isolato, con una madre lontana.

Ma Berardi e Geraci vanno oltre: mostrano come il casus belli (di cui poi nel corso del libro scopriremo meglio dettagli e retroscena, a partire dalla lotta tra le due aziende tecnologiche concorrenti, la Maya Unlimited e la Inside) non sta solo nella disparità di potere economico e culturale, ma in un’incompatibilità fisiologica, una mutazione biologica e cerebrale che da sempre oppone vecchi e giovani, e che adesso si è acuita irreversibilmente grazie alla spinta della tecnologia che non ha fatto altro che rendere ancora più complesso il dialogo tra le due generazioni.

«Lei non se n’è reso conto? Dio ha deciso di concludere il lavoro bloccando percorsi sinaptici che aveva lasciato indefiniti, malleabili, introducendo automatismi deterministici laddove prima era soltanto libero arbitrio. […] il problema è che non siamo più in grado di decodificare i segnali. E per loro il problema è lo stesso. Non sono più in grado di leggere i segni che per noi sono trasparenti. Vedono attraverso una griglia cognitiva differente. La loro griglia ha caratteri deterministici: il segnale è uno stimolo che eccita percorsi neurali prestabiliti e prevede risposte precablate»

Morte ai vecchi

In questo sta il paradosso del libro. Volendo slegarsi dai riferimenti al contemporaneo, per dotare l’opera di una certa visionarietà che la elevi sul piano letterario, i due autori dotano il loro romanzo di una struttura particolare, molto complessa e a tratti troppo intricata.

Dire che i deliri psicotropici abbondano sarebbe un eufemismo: quasi tutti i personaggi fanno costantemente uso di droghe che ne alterano la percezione della realtà, non solo quella vissuta direttamente dal personaggio, ma anche quella che arriva al lettore. Questo ampio numero di scene che interrompono l’azione, se pur molto spesso scritte con qualità, lascia il lettore estremamente disorientato, affaticato, come si trovasse davanti un linguaggio criptato da cui estrarre informazioni che completino il senso generale della trama.

Da una parte delinea l’atmosfera del romanzo, di estrema confusione psichica, in cui i confini tra reale e irreale sfumano da una scena all’altra, da un momento all’altro. Dall’altro lato però, questa continua spinta al piano metaforico e analogico rallenta troppo il ritmo e così si perrallenta troppo il ritmo e de quella spinta di detective story che era uno dei punti forti della vicenda.

Alla fine quindi, si ha quasi la sensazione di trovarsi con una storia incompleta, non perché scritta a metà dagli autori, ma perché diversi elementi sembrano non chiudersi, o sembrano non avere una spiegazione molto razionale (si pensi ai personaggi che il protagonista incontra al resort, e ai loro traffici, o ancora alla storia personale della figlia del protagonista).

Sullo stile si deve fare lo stesso ragionamento, il lessico tende quasi al lirismo in alcune pagine, complici anche i numerosi inserimenti di citazioni estrapolate, ma non dichiarate, dai grandi classici: La divina commedia e The Waste Land due esempi su tutti. Però per un libro di oltre quattrocento pagine forse era meglio adattare uno stile più piano, meno inarcato, che aiutasse la lettura, invece di creare continui ostacoli tra i suddetti flussi di coscienza/deliri e le lunghe e spesso inutili descrizioni.

Nel complesso un romanzo molto interessante, in cui si distinguono bene le anime dei due autori e si porta avanti una riflessione davvero importante sul momento a cui stiamo andando incontro. Un romanzo molto interessante, si è detto, ma non altrettanto leggibile, che a volte, specialmente sul finale, causa più fatica che piacere al lettore.