TRA SOUL E HIP-HOP: FUNK SHUI PROJECT, INTERVISTA ALLA BAND TORINESE

Venerdì 4 marzo al Combo Social Club di Firenze si sono esibiti i Funk Shui Project, per la serata targata Autentica. Se non ci siete stati non fatecene una colpa, noi vi avevamo avvisato per tempo.

La soul band torinese, formata da Natty Dub (tastiere, drum machine e campionatori) Jeremy aka Mr Moon (basso), Anton Wave (batteria), Jack aka Due Venti Contro (chitarra) e capitanata dal più che mai in forma Willie Peyote, ha infiammato il palco del locale per oltre un’ora nonostante la febbre del bassista, regalando alle nostre orecchie una buona dose di gioia. Di tutta risposta il pubblico, un mix composito tra amanti dell’hip hop e della buona musica ha dimostrato, in buona parte, di conoscere a memoria le strofe di Willie, giovane nichilsta sabaudo.

 

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Allora, alla domanda chi sono i Funk Shui, proviamo a rispondere noi: siete una hip hop band, e questo prima che leggerlo l’abbiamo sentito.

Natty Dub: In realtà è una domanda difficile. Personalmente noi prima che una hip hop band ci riteniamo una band. Hip hop è un’etichetta come tante, anche se forse è il modo più semplice per identificarci.  Siamo una band certo, forse sarebbe più giusto parlare di soul band.

 

All’interno del panorama Hip Hop italiano non siete gli unici ad usare gli strumenti musicali nei vostri live: penso a Caparezza che da diversi anni si esibisce dal vivo con una band, o a Ghemon col tour di Orchidee; Salmo ha fatto un tour con la sua band storica e ci sono altre realtà come per esempio i Loop Therapy. Cosa vi caratterizza all’interno del panorama? E’ solo una questione di sound?

Willie: La differenza sostanziale è che noi i pezzi li componiamo come band, mentre quelli che hai nominato compongono i brani e poi li riadattano con una band, come posso aver fatto io col mio disco solista, ed è un altro viaggio. Nessuno di loro è una “band” in questo senso. Forse Caparezza, ma non sapendo come scrive e compone non ti so dire per certo, però uno come Salmo sicuro fa i pezzi e poi li fa suonare dal vivo a una band, magari riarrangiandoli; Ghemon lo stesso. Il nostro disco invece è stato proprio pensato e composto da tutti noi insieme, come “band” appunto.

 

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Parliamo di processo creativo: i testi di Willie si contraddistinguono per lo spiccato cinismo e la satira dal retrogusto amaro, facendo da contraltare al suono morbido e rilassatoche usate. Come nasce un pezzo, andate alla ricerca di qualcosa di preciso?

Anton Wave: chi suona è il buono e chi canta è un bastatrdo cattivo?

Willie: Si ma io quando canto, parlo anche per voi! (ridono)

Natty Dub: Mah, diciamo che nasce tutto in maniera spontanea, e lo si riconosce dall’eterogeneità del disco. Ogni pezzo è nato a sé .Qualche pezzo nasce da una strumentale, un altro viene composto tra noi e i testi sono sempre cuciti sopra le strumentali, il tutto in maniera naturale . Certo è che abbiamo deciso di puntare sulla differenza tra i vari brani del disco, cercare di farli uno più diverso dall’altro possibile: è una cosa nata in maniera spontanea ma che ad un certo punto è diventata il criterio che abbiamo adottato per costruire i brani.

 

Parliamo un attimo di N together Now, l’omaggio ai Limp Bizkit, Method Man e Dj Premier. Questa traccia mi incuriosisce tanto perché si discosta dalle atmosfere del disco, richiamando una certa attitudine del rap. Come siete arrivati a questo pezzo, compresa la scelta di E-Green nel feat, azzeccatissima secondo me?

Natty Dub: L’abbiamo scelta perché c’era la possibilità di fare questo feat Con E-Green e ci piaceva l’idea di considerarlo un po’ un Method Man italiano, perciò abbiamo fatto uno più uno e detto “ma si, facciamolo” …

Ah, io pensavo che Willie fosse Mathod Man ed E-Green Fred Durst, visto lo stile e l’attitudine di entrambi…

Willie: Ahah, be sì, volendo,  ma sai io ero il cantante del gruppo, lui un rapper singolo, veniva più naturale distribuirci così.

Natty Dub: ma dici così per via del cappellino?

Willie: Comunque E-Green ci tiene a essere lui Method Man nel pezzo, sennò poi s’arrabbia (ridono)

 

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“Il problema non è star bene o no, ma porsi il problema stesso”. Voi con la costra musica, quali problemi vi ponete? Se si quali sono, e più in generale, pensate ci sia un problema nel panorama musicale italiano di oggi?

W: abbiamo tempo? Ne avremmo da dire tanto sui nostri problemi quanto su quelli della musica.

Natty Dub: penso che sia una cosa soggettiva, quindi rispondo con un punto di vista soggettivo: se non avessi problemi non farei musica, e penso di aver detto tutto.

Anton Wave: siamo dei disaddati fuori, dobbiamo per forza fare musica

W: Sulla musica, ti dico: vedere i numeri che fanno Salmo o Lo Stato Sociale, vedere che  I Cani e Calcutta riempiono l’Alcatraz; vedere certe cose che stanno succedendo ti fa capire che la musica italiana a certi livelli è sì morta da un pezzo e la tengono in vita con dei macchinari, Sanremo lo considero accanimento terapeutico, ma ci sono molti altri artisti che stanno venendo fuori con la vera musica indipendente. Poi possono piacere o non piacere, a me personalmente non piacciono tutti i nomi che ho fatto, però mi rendo conto del lavoro che fanno che serve un po’ a tutti, anche a noi, per quanto gli artisti appartengano a generi differenti tra loro. Quindi sì, la musica italiana può essere morta in certi ambienti, ma in altri sta tornando. In tutti i momenti di crisi poi si sviluppa una controproposta ed erano anni che in Italia non si vedevano così tanti artisti validi che dal totalmente indipendente riescono a fare numeri del genere, ma roba grossa: Salmo è stato al 26° posto nel mondo dopo una settimana dall’uscita uscita del disco, numeri imbarazzanti; Lo Stato Sociale, seppur in un altro ambiente, ha spaccato tutto; Calcutta  sta andando forte anche lui, ed è uscito da neanche due anni, i Cani forse da quattro.

Anton Wave:: a proposito de I Cani, comunque ho notato (ndr, riferito a Willie) una somiglianza direi imbarazzante nel modo di vestire tra te e il cantante, ma tu sei più bello.

W: Ma questo non ditelo al cantante de I Cani. Comunque, per tornare a noi, questa gente qua ci insegna  che c’è modo di trovare una strada. Se c’è coerenza e c’è attenzione a come proporre la cosa, perché diciamocelo, devi far attenzione a come comunichi, non è che se non ti ascolta nessuno è sempre colpa degli altri che non ti capiscono, e Salmo e Lo Stato Sociale questo l’hanno capito. Ovviamente parlo di loro  perché sono i due esempi più in vista oggi, ce ne sono altri  ma loro hanno dimostrato di aver capito come il pubblico italiano recepisce il messaggio. Caparezza per esempio usa tanto folk, è molto più vicino a quella corrente italiana dove sta, che so, anche Mannarino in qualche modo prosegue; Salmo è sul solco dell’hardcore, di quel crossover che si ascoltava diversi anni fa; Lo Stato Sociale è più puramente Indie, ma è anche molto slam poetry nello scrivere. Alla fine sono tutti ibridi musicali che si sono costruiti il pubblico con le proprie mani, senza nessuna struttura o etichetta dietro, mettendoci il tempo necessario. Salmo prima non ha avuto mai una struttura dietro: oggi che c’è il disco ha una struttura dietro ed è arrivato a fare numeri che gli artisti italiani non fanno da un po’. Essere 26° al mondo se lo può permettere forse la Pausini. Quindi i problemi ci sono, eccome, ma c’è qualcuno che dimostra che si possono superare se si hanno testa e palle.

Ci siamo persi Mtv Brand new e tutti quei media che in qualche modo sponsorizzavano la musica.

Gli Afterhours, i Bluevertigo, i Subsonica, i 99 posse, Caparezza forse è stato l’ultimo di quell’onmdata di artisti che fu molto aiutata dai media competenti: oggi cosa c’è? Non c’è una radio, una televisione che presti attenzione a queste cose.

Due Venti Contro: Sicuramente qualcosa è rimasto, ma è roba molto piccola.

Willie: Nel tempo hanno chiuso tutti i programmi che avevano un senso, che parlavano di musica vera, prima Caterpillar, ora anche Ghiaccio Bollente, l’ultimo programma di approfondimento musicale.

Sono tutti Talent, ma non parlano di musica vera, sono fabbriche: ogni anno devi tirare fuori 2-3 prodotti da vendere, poi li mandi a Sanremo, poi a fare il giudice qua piuttosto che la, in un ricircolo continuo. Questa roba non c’entra un cazzo con la musica. Senza nulla togliere a nessuno, conosco persone che hanno partecipato a talent, ci mancherebbe: è la struttura che c’è dietro che è sbagliata, non chi ci partecipa, è evidente..

Antono Wave:  Alla fine devi fare quel prodotto che ti dicono: magari uno è un bravissimo artista, ma ti trattano come carne da macello.

Willie: Non vengono valorizzati: ci persone molto molto brave che non hanno ricevuto quello che avrebbero meritato, nonostante l’esposizione mediatica .

 

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A proposito di artisti usciti dai talent, abbiamo visto la vostra foto con Davide Shorty, finalista della scorsa stagione di X-Factor, che avete coinvolto nel vostro ultimo progetto In The Loft. Dovete assolutamente dirci qualcosa…

Natty Dub: No spoiler, ci spiace. Non possiamo dire molto.

 

Parlateci almeno del posto: sembra fighissimo, è il vostro studio creativo? O due parole su come nasce la puntata, non potete lasciarci all’oscuro così…

Natty Dub: Possiamo dire che quella è la casa del bassista, dove abbiamo tirato su un piccolo studio, nato più per scherzo sulla falsa riga di In the Dungeon di Stones Throw’s, ma magari diventerà qualcosa di più serio. Abbiamo deciso di fare uno due pezzi suonati dal vivo, visto che Willie era impegnato con l’album solista e noi non eravamo nel mood di comporre un disco come è stato il nostro primo disco, allora abbiamo preso alcuni beat che suono io col campionatore, abbiamo aggiunto le parti di chitarra e basso e abbiamo provato a fare collaborazioni con persone a noi vicine e spesso emergenti, poi da lì è stato il pandemonio, abbiamo ricevuto tanti complimenti e proposte di collaborazione, quindi dai, vedremo che succede.

La cosa diventerà un mixtape e/o un documentario?

Per ora abbiamo qualche altra puntata pronta da mettere fuori, però non c’è nessun obiettivo finale, rimane sul piano del divertimento, una presa diretta di ciò che succede senza editing o preparazione.

 

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In un’intervista Willie afferma di non avere più mentori nella sua ricerca di ispirazione, perché ormai ha “trent’anni”. Come vivete questo momento della vostra vita, sia musicalmente che personalmente, e cosa significa per voi avere trent’anni oggi?

W: ahah, bè dai, l’ho detta un po’ diversa, nel senso che ora sono troppo vecchio per copiare qualcuno. L’unica cosa che posso dirti sull’avere trent’anni, visto che sono l’unico qui dentro che trent’anni ce li ha mi sa, in realtà è un’età figa, perché non c’è più nessuno che ti dice cosa devi fare, hai l’età giusta per autogestirti e sentirti ancora giovane e avere le forza mentali e fisiche di fare. Se ci pensi quelli che vanno forte sono tutti trentenni, Kendrick Lamar, Underson Paak, Lo Stato Sociale e Salmo. Hai le forze e sei maturo a sufficienza da smetterla di dire stronzate, di cazzeggiare e fare le cose seriamente, questo vuol dire avere trent’anni, perché se a trent’anni continui a cazzeggiare, che sia nella musica come in altri ambiti, sei fuori tempo massimo.

Antono Wave: anche se ne ho quaranta, posso ben vedere i trent’anni avendoli vissuti e avendoli a poca distanza, e posso confermare che è un’età bellissima che va vissuta appieno, smettendo di cazzeggiare e se non lo fai, probabilmente c’è qualcosa che non va.

W: alla fine, secondo me quello che volevano dire i The Jackal, che è simile a quello che dico io nelle mie cose, sembra che tutti vogliano farti sentire vecchio se hai trent’anni quando viviamo in un paese dove se non hai venticinque anni non voti per il senato e a quaranta non hai un lavoro degno di questo nome. Quindi a trent’anni sei vecchio per cosa? Io non è che voglio solo andare a fare festa coi ragazzini, ma dimmi come fai a concludere qualcosa entro i trent’anni in questo paese, però sei vecchio, ti mettono pressione addosso, “quanti anni hai, ah trenta? E cosa fai?”, ma anche se così ti fanno sentire, vecchi non lo siamo. E se ci pensi, chi sta facendo cose fighe, non solo nella musica, in Italia oggi ha trent’anni. I the jackal e i the pills per esempio.

Antono Wave: magari ti ci riconosci…

W: … certo, non mi posso riconoscere troppo in un trentenne di Compton, ma è indubbio che le cose fighe oggi arrivano dai trentenni e non dai ventenni, perché a vent’anni sei confuso.

Natty Dub: diciamo che da trentenni ce la godiamo, perché abbiamo attraversato un periodo, dieci anni fa, in cui per le band era difficile riuscire a suonare, mentre ora c’è più attenzione, anche per il genere, quindi chi ha iniziato prima arriva con qualcosa in mano…

W: per arrivare a vent’anni con in mano un progetto valido dovevi iniziare un bel po’ prima, e dieci anni fa era impossibile, nel rap in particolare ma non solo e non vogliamo limitarci a chiudere il discorso all’ambito del rap.

 

Avremo la fortuna di sentire un altro album con Willie e i Funk Shui in combo?

Bè non possiamo spoilerare su In the Loft, ancor meno sull’eventuale prossimo disco (ridono).

 

Per chiudere, avete un disco, un nome, che ritenete imprescindibile, oggi, insomma, diteci voi, un consiglio d’ascolto, anche uno a testa visto che avete tutti un background musicale differente…

W: Oggi come oggi, Anderson Paak, il disco Malibu, ve lo dovete ascoltare e non cagateci il cazzo perché è un bel disco, e anche lui è un trentenne, polistrumentista, grande cantante, grande presenza scenica, lo trovi in feat o alle produzioni in tutti i grossi dischi americani. Poi, a nome mio, io consiglio To pimp a butterfly di Kendrick Lamar. Sono due artisti e due dischi che hanno dato uno scossone al panorama musicale americano, e quindi mondiale.

Antono Wave: io aggiungo gli Alabama Shake, che ascoltavo prima in macchina, e dico che Anderson Paak è un batterista del cristo… quando l’ho visto ho buttato via le bacchette.

Natty Dub: Jack Garrat, a me personalmente perché si sta avvicinando tanto il campionatore nelle band un po’ cantautoriali e indie, soprattutto dall’America o dall’Australia, e lui lo fa bene.

W: Di italiano non ci sentiamo di consigliare niente…

FSP: Mainstream di Calcutta

W: … senza nulla togliere a Calcutta, che gli vogliamo bene, ma non è un disco che consiglieremmo.

 

Ma quando siete in tour o in giro, in macchina, chi è che sceglie i dischi?

Di solito la colonna sonora è Pino Daniele (ridono), però in genere scelgono Dub e Geremy, perché sono quelli che sono seduti davanti… e rollano.

 

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Finita la chiacchierata con la rituale sigaretta sul retro, c’è giusto il tempo di rabboccare i nostri bicchieri e la serata entra nel vivo. Il concerto si apre in sordina intorno alla mezzanotte, con il locale pieno, ma senza calca. I FSP salgono sul palco  strumenti in mano, due colpi di bacchetta sulla batteria e giù con l’Intro impattante che in breve tempo  accompagna  Willie sul palco.

Per le presentazioni di rito toccherà aspettare che termini Soulful, la piccola perla del disco che ci viene sparata come seconda traccia del concerto: è un po’ un peccato, ovviamente  l’intenzione è quella di scaldare subito il pubblico, ma un pezzo del genere andrebbe tenuto per il top della serata. Poco male, il live prosegue con tutti i pezzi del disco. Giunti a  Piuttosto niente Willie ci regala anche la bellissima strofa di Hyst, e già non si potrebbe chiedere di meglio se non sentire due pezzi hardcore come Glik  e Io non sono uguale suonati. Per l’Outfit giusto dovremmo ancora aspettare, magari una futura data fiorentina dell’Educazione Sabauda Tour, chissà che non succeda.

La serata finisce anche troppo presto ma noi siamo più che soddisfatti: gambe stanche, magliette sudate e una sana dose di nichilismo soul.

 

Un ringraziamento ai Funk Shui Project e Willie Peyote per la bella chiacchierata, ai ragazzi di Autentica per l’organizzazione della serata, al Combo per l’ospitalità e Foto Libera per le foto.

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