DOVE SI EMERGE SI AFFOGA. TUTTE LE COSE INUTILI

Guidavo la Nissan Pixo carica di strumenti ai centoventi all’ora su una strada statale che taglia in due il Cilento, e che dopo due ore di falsi piani, di nebbia, di muri e di paesi aggrappati e incastonati nella pietra e in precario equilibrio sul nulla, si apre al mare.

Meo, accanto a me, cantava il nuovo disco de I Cani. Un faro rotto, che si riaccende miracolosamente con un colpo di clacson.

 

Tutte le cose inutili

Tutte le cose inutili

 

Eravamo in giro da tre giorni con Tutte Le Cose Inutili, tipo quindici ore di macchina per suonare tre ore delle nostre canzoni, ma andava tutto bene. Basta la prima volta a suonare fuori casa per trasformare il novanta per cento delle menate in va tutto bene.

Ma andava davvero tutto bene; a Roma c’erano quindici persone ma tra loro anche Giovanni Truppi, che ha voluto per forza pagare il nostro disco, e fuori dal locale trenta spacciatori ad ogni angolo di strada di San Lorenzo, come quei bambolotti che gli tiri la corda dietro e dicono sempre la stessa frase: «Vuoi fumo?»

Abbiamo dormito da un ragazzo trovato con un annuncio su Instagram. Davvero. Un materasso per terra, un chilo di carbonara, un film horror anni settanta, dove l’assassino invalido uccide le persone passandogli sopra con la sedia a rotelle.

 

“un enorme punto interrogativo tra gli Autogrill e i soundcheck, tra i locali pieni e quelli vuoti, tra i palchi inesistenti dei bar e quelli resistenti dei circoli, tra il tuo viso e quello degli altri sette miliardi di uomini”

 

Poi Manfredonia, il mare d’inverno, i gabbiani sconfitti dal vento, un panino col salame piccante e la fontina. E l’alloggio dentro una villetta rimasta vuota e fredda dall’estate nei pressi del parco acquatico Ippocampo. Nel frigo spento c’è solo una birra, la beviamo.

Ancora Salerno, dove ceniamo nella casa del proprietario (che si chiama Cono. Davvero, Cono), dentro il locale, una specie di cena tra parenti, con una bambina di otto anni che ci fa l’intervista doppia. Suoniamo a mezzanotte perché prima c’è Juventus-Napoli. Passiamo un’ora di merda temendo per la nostra incolumità dopo il gol di Zaza quasi a fine partita, con un’ottantina di tifosi che ci entrano a gamba tesa con le parole. Però suoniamo due ore, e facciamo anche il disco nuovo dentro questo locale che il giorno è una ricevitoria, e poi dopo cena mettono una tendina e diventa un’altra cosa, e poi passiamo le nostre tre ore di sonno in un hotel a quattro stelle, dal quale rubo immediatamente tutti gli shampoo e le cuffie da doccia.

Il giorno dopo passo il San Valentino con il compare Meo, in un locale vuoto, col temporale fuori, e un hamburger a lume di sigarette, ma sento come un filo, da seicentosettanta chilometri di distanza, che mi tira su la guancia facendomi fare un sorriso, e sto bene.

È come se fosse una missione di pace dentro una missione di guerra, un enorme punto interrogativo tra gli Autogrill e i soundcheck, tra i locali pieni e quelli vuoti, tra i palchi inesistenti dei bar e quelli resistenti dei circoli, tra il tuo viso e quello degli altri sette miliardi di uomini, tra l’indifferenza e quelle cose assurde che ti chiedono le foto e il plettro.

 

 

Non sapevo se ero in Campania, o in Basilicata, o in Molise, quando mi scrive Daniele di Riot Van.

Mi chiede di scrivere, cioè la cosa che ho fatto di più negli ultimi quindici anni, più di mangiare, più di fare l’amore, più di tentare di conquistare il mondo, più dei colpi di sonno tornando a casa.

Ebbene questo vi racconterò, di questi anni dentro questo mare dove si emerge e si affoga continuamente, come se fossi un tour operator dei bagni dei locali, come il Novantesimo Minuto di un tour dove si passa senza sosta da una regione all’altra come se qualcuno ci stesse rincorrendo.

 


 

Tutte le cose inutili sono un duo di Prato in bilico tra il cantautorato e il punk. Testi carichi di poesia e di immagini dure e sognanti, accompagnate da chitarra, batteria, voci. Leonardo Sanzò, detto “Lao” e Francesco Meucci, il “Meo”registrano canzoni e girano l’Italia.

Li abbiamo conosciuti durante uno dei nostri story telling e abbiamo scoperto un mondo di dischi, inquietudini, entusiasmi e viaggi prodotti dal basso (che più basso non si può).

Questa è una rubrica curata da loro, scritta da Lao.

Crediamo sia bellissima.

Redazione