SELF-BOOKING, TRAGHETTI E PARRUCCHIERI. TUTTE LE COSE INUTILI

Breve guida al self-booking, cioè trovarsi le date per la tua band da solo, con la sola forza di mail fittizie e contratti firmati con i like su Facebook. Smetti, spera, crepa. Adesso mettici sopra due accordi e cantala come farebbe Giovanni Lindo Ferretti.

Tutto questo per dir che partiamo, io e Meo, per la Sardegna, con la data di Sassari fissata da tre mesi e annullata due giorni prima della partenza, perché «suona Maroccolo e quindi sono tutti lì.»

 

Partiamo da Livorno con la Grimaldi Lines, la compagnia famosa per avere un bar e tre prese di corrente in duecento metri di nave. Quel giorno ci sono onde alte tre metri e non partono le crociere, non partono gli aerei, ma noi si.

Andiamo all’inferno per otto ore consecutive, con il tipo del piano bar che doveva stare attaccato al muro per non cadere, con le luci del bar sempre accese e noi che volevamo solo dormire, con una coppia accanto che non si capiva se erano sardi o russi.

Arriviamo a Olbia alle sette di mattina. Piove. Il famoso unico giorno dell’anno in cui piove in Sardegna.

La settimana prevede:

Olbia – Cagliari – Sassari – Olbia – Oristano – Olbia

 

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A Cagliari mangiamo diciotto tipi di formaggi e salumi, e col Cannonau si apre sul porto la primavera. Suoniamo in un salone di parrucchieri, sul serio. Prima ci fanno barba e capelli, sul serio. È questo per stasera il nostro cachet, sul serio.

 

 

Dormiamo su un divano letto in cucina, e appena svegli mangiamo calloreddus, che sono degli gnocchi giganti ripieni di gnocchi ripieni di vita. Il giorno dopo suoniamo con davanti una media di cinquantacinquenni Tipo cinquantacinque cinquantacinquenni.

Dormiamo a casa del proprietario, che è un avvocato ma non lo diresti mai, su un materasso nel suo studio, tra fatture, bollette e quadri inquietanti. La mattina dopo ci porta al mercato del pesce e ci prepara una pasta con le cozze e un’orata da settecento grammi a testa e ci ricordiamo in un attimo perché facciamo tutto questo.

Col sorriso e i Fine Before You Came andiamo a Sassari. La data è saltata ma abbiamo preso un monolocale in centro su Airbnb. Non c’è l’acqua calda e mi sembra di essere un Watusso che ogni tre passi faccio tutta la lunghezza della casa. Andiamo a fare la spesa e troviamo due sedicenni che ci riconoscono e ci dicono “siete troppo famosi”, e ce ne andiamo con l’ego sul Gennargentu. Guardiamo le Iene e Dmax tra le coperte mangiando patatine al bacon. La fama.

 

La domenica suoniamo in un paese vicino Olbia, tra le partite delle tre e il posticipo dove gioca l’Inter. Dopo cena un signore sviene davanti al locale e pensiamo sia morto, e Meo si fionda e io mi nascondo. Poi l’ambulanza lo prende e noi ci mettiamo a bere Cynar per rilasciare l’adrenalina.

Lunedì a Oristano ci sono un sacco di persone, e non potevamo chiudere questo tour in modo migliore. Quattro date, gli ultimi trenta cd venduti. Mangiamo a mezzanotte una cena gourmet con una pasta tipica sarda con lo zafferano, coste di bue stracotte e verdure e marmelle alle cipolle e peperoncino. Vino e sangria quanto basta per far diventare un lunedì sera qualsiasi un sabato sera qualsiasi. Dormiamo in un b&b stupendo tutto in pietra, anche se Meo bestemmia perché il wifi non va.

 

 

Dormiamo nel senso che andiamo a letto alle quattro e alle cinque ci svegliamo per essere alle sette a Olbia per prendere un traghetto che parte alle nove e alle sei di pomeriggio ci riporta sul continente.

Meo guida in trance per due ore, attraversando la Sardegna alle prime luci dell’alba, tra la nebbia e le pecore. Che poi con questa cosa di salutare le pecore quando le vedi perché portano soldi, in Sardegna ci siamo rovinati le articolazioni.

In tutto questo il tipo di Airbnb ci ha fatto una recensione negativa.

Ma caro Alberto, non è la prima né l’ultima.

 


Tutte le cose inutili sono un duo di Prato in bilico tra il cantautorato e il punk. Testi carichi di poesia e di immagini dure e sognanti, accompagnate da chitarra, batteria, voci. Leonardo Sanzò, detto “Lao” e Francesco Meucci, il “Meo”registrano canzoni e girano l’Italia.

Li abbiamo conosciuti durante uno dei nostri story telling e abbiamo scoperto un mondo di dischi, inquietudini, entusiasmi e viaggi prodotti dal basso (che più basso non si può).

Questa è una rubrica curata da loro, scritta da Lao.

Crediamo sia bellissima.

Redazione