REVES: FEMME PHOTALE #8 ZOE LEONARD

Zoe Leonard rende sovversivo ciò che è “normale”. Cerca segni che rivelano contrasti, si abbandona al tempo ma ne conserva la memoria.

Nasce a Liberty, nel 1961. A sedici anni lascia la scuola per in-traprendere la carriera fotografica.Arriva al grande pubblico grazie alle sue foto in bianco e nero, che privilegiano la funzione documentaristica e testimoniano il suo punto di vista sulla realtà. Attivista e artista, spiega come abbia smesso di sentirsi in colpa per le fotografie fatte alle nuvole, e come anche la ricerca della bellezza sia per lei un atto politico:

«Attraversi tutte le battaglie non perché vuoi combattere, ma perché vuoi arrivare da qualche parte come persona. Vuoi dare il tuo contributo per creare un mondo in cui sederti e pensare alle nuvole. Questo dovrebbe essere il nostro diritto in quanto esseri umani».

 

Zoe Leonard - Strange fruit

 

La fotografa americana in tre scatti.

Controla figa onnipresente”:Le Fighe Onnipresenti. A Documenta IX (Kassel, 1992), Zoe crea una particolare istallazione nelle sale della Neue Galerie, dove la collezione permanente è composta in gran parte da dipinti di donne: Donne nude e sole, donne nude di fianco a uomini, oggetti dalle sembianze di donne nude, donne nude dalle sembianze di oggetti. Ma chi sono le modelle in posa? Avranno avuto bambini o amanti? Si masturbavano? Avranno amato i quadri che le raffiguravano? Saranno state felici? Zoe Leonard, nel chiedersi questo, prova a dare una risposta chiara a questioni complicate: diretta e provocatoria, attiva un dialogo di gruppo tra i corpi collezionati e le fotografie ai genitali femminili. Così unite, le “Fighe” si fanno ascoltare. Passive ma aggressive, regalano l’immagine più richiesta, sempre ricercata, riprodotta in continuazione, ma di cui nessuno parla perché fa anche paura. Sempre presente, senza mai vedersi La questione della visibilità del femminile in relazione alla storia dell’arte è messa in scena senza veli. La forte polemica scatenata dal pubblico è la reazione che l’artista si augurava di suscitare:

«Volevo chiedere al pubblico e a me stessa: cosa vedete? Cosa volete davvero vedere? Cosa vi fa sentire? Voi, invece, vi sentite a disagio?»

Zoe Leonard - Le fighe onnipresenti

 

Fautographie”, l’errore fotografico.

Prima regola della fotografia insegnata agli apprendisti: non si fotografa in controluce. Non si dice mai di non fotografare il sole, anche i bambini sanno che il fuoco brucia la pellicola. Zoe Leonard, disobbedendo a tutti principi, ne fa l’argomento di una mostra. “Sun Photographs” è un progetto doppiamente ribelle: coglie l’impossibile epifania della luce, fonte primaria della fotografia, per arrivare a concretizzare la massima astrazione dell’arte dell’immagine. L’artista continua a ritrarre l’origine della vita, ma stacca gli occhi dal corpo terreno e li alza al cielo: sulla pellicola opaca il sole è un miraggio impalpabile e lo scatto un intervallo tra il visibile e l’invisibile. La descrizione sfiora l’afasia, negli occhi resta il residuo che rimanda all’immateriale, la registrazione di un flusso temporale, la traccia in bianco e nero, rarefatta, ai limiti del collasso fotografico, fino a quando tutto ciò che appare è un punto bianco tra la grana dell’immagine. L’errore, oltre che nella ricerca dell’impossibilità, è rincorso anche nella contravvenzione delle regole della stampa: le foto non vengono raddrizzate, ritagliate, ripulite. La loro genesi è nei loro difetti, nel bordo nero del negativo che diventa cornice, nei graffi e nei granelli di polvere. Grezza ed essenziale, la fotografia si libera del ruolo di testimone e torna nel mondo delle idee.Il paradosso delle cicatrici.

 

Zoe Leonard - sun photgraphs

 

Una frattura si ricuce. Il filo chiude e salva l’identità dell’oggetto, che torna a essere ciò che era, eppure, inevitabilmente, trasformato. Come riparare un frutto dopo averne mangiato il cuore.Nel pavimento del Philadelphia Museum of Art, Zoe Leonard ha sparso più di trecento bucce di limoni, banane e arance, dopo averli ricostruiti con cura, con ago e filo, zip e bottoni. L’artista afferma che la missione del suo lavoro è quella di aggiustare qualcosa di rotto, diconservare un’esperienza e recuperarne il ricordo: in questa opera paradossale, regala una nuova vita ai suoi frutti ma non ne cambia le sorti. Strange Fruit, in memoria dell’amico David Wojnarowicz, è una frattura autobiografica che non può essere ricucita del tutto: usando materiali deperibili condanna a morte la sua arte, legata a filo doppio alla vita dei materiali con cui è stata costruita, e traccia la strada per la dissoluzione, la fine naturale delle cose. Arte dell’effimero, «atto bello e patetico», dice lei. Una chirurgia cosciente della perdita avvenuta, del “non più come prima” che si trasformerà ancora nel “non più per sempre”: l’arte diventa transitoria, e in questa epoca di lifting e creme anti-age, Leonard si ferma a riflettere sul tempo, sul rapporto fra la monumentalità della scultura e la caducità della materia. L’artista americana tesse la storia di una perdita, tesa tra il trattenere e il lasciare andare, permette che il materiale si dissolva. Conserva la traccia del passaggio, rimangono le fotografie: reperti, prove e testimoni di un cambiamento.

 

Zoe Leonard - Strange-fruit_2

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