REVES: FEMME PHOTALE #7 TINA MODOTTI

«Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:

forse il tuo cuore sente crescere la rosa

di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.

Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:

ti sei messa una nuova veste di semente profonda

e il tuo soave silenzio si colma di radici […]».

Tina Modotti

 

Così, il 5 gennaio 1942, Pablo Neruda saluta Tina. La poesia, incisa sulla lapide della tomba, al Pantheon de Dolores, Città del Messico, sembra voler ricordare le prime fotografie da lei scattate: rose in primo piano, al limite della sfocatura, enormi e fertili, come bocche che si schiudono e profumano della loro intimità. Che siano un autoritratto? Che Tina si rifletta in quelle forme morbide e struggenti per la loro bellezza effimera? Anch’esse imperfette, giovani e già appassite. Tina ama i fiori, con loro è sbocciata la sua creatività e la ricerca della forma e dell’estetica. Come la foto alle calle: silhouette sinuose, cariche di contrasti, che crescono da immobili steli scuri per esplodere in un calice candido di eleganza e mistero, mentre un muro rovinato sullo sfondo nega l’astrazione della perfezione. Oppure lo scatto alla pianta El Manito, le cui dita contorte trasmettono l’inquietudine della stretta di una morsa.

Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, detta Tina, è nata a Udine il 17 agosto 1896, ma lascia presto l’Italia. A diciassette anni raggiunge il padre operaio a San Francisco, città di frontiera in cui arrivano immigrati da tutta Europa. Qui si mescola alla moderna cultura, si forma di nuovi sguardi econosce un malinconico pittore: Roubaix de l’Abrie Richey. Si trasferisce con lui a Los Angeles. I pochi anni assieme, prima che «Robo» muoia di vaiolo, sono per lei fondamentali e densi di cambiamento: entra in contatto con la cultura d’avanguardia e con personalità eccentriche e affascinanti. Parlano di Nietzsche, Freud e Tagore. Si scambiano idee e si accendono sentimenti.

Nel 1923 Tina si trasferisce a Città del Messico, insieme all’amante Edward Weston, affermato e irrequieto fotografo. Il Messico dei primi anni ’20 è una scuola d’arte a cielo aperto. Un eccitato palcoscenico sul quale si lavora per la costruzione di un linguaggio originale che attinge dalla storia. Tina si innamora di quella luce, dell’umanità calda che la fa sentire a casa.

Edward e Tina stipulano un contratto: lui le avrebbe insegnato i segreti della fotografia, lei avrebbe offerto il suo corpo al suo obiettivo. La corrispondenza si trasforma in complicità artistica. I ritratti che fa a Tina sono molto intensi. Dice, esultante, di essere riuscito a cogliere il suo sguardo nobile e maestoso, che ribolle di passione e delicatezza:

«Il volto di una donna che ha sofferto, che ha conosciuto morte e delusioni, che si è venduta a uomini ricchi e si è data ai poveri, la cui infanzia ha conosciuto privazioni e duro lavoro, la cui maturità riunirà l’esperienza dolce e amara di chi ha vissuto la vita con pienezza, intensità e senza timore.»

Tina Modotti - Edward weston

 

Il suo corpo nudo è l’istantanea creazione che dà forma alla fantasia e al desiderio. È simbolo dell’armonia, della carnalità, della vitalità terrestre. Tina si rivela una talentuosa apprendista. Ricerca la forma perfetta, sperimenta con le superfici e i volumi, gli oggetti diventano trame dipinte: fili del telefono corrono nel cielo, cerchi di cristallo nascono dai bicchieri. Le sue immagini sono emotività e luce, qualcosa di etereo rimane sospeso ad ogni scatto. Il suo sguardo riesce a cogliere sempre più l’anima della terra che la ospita. Tina scatta lentamente, bilancia le linee, organizza la composizione. Tina pensa. Si arrovella nel cercare un equilibrio tra vita e arte. Scrive a Edward, nel luglio del 1925:

«Io non posso – come tu una volta mi hai proposto – “risolvere il problema della vita con il perdermi nel problema dell’arte”. […] ci deve essere un giusto equilibrio tra i due elementi mentre nel mio caso la vita lotta continuamente per predominare e l’arte ne soffre […] sono sempre in lotta per plasmare la vita secondo il mio temperamento e i miei bisogni – in altre parole metto troppa arte nella mia vita.»

Tina viaggia nelle regioni del Messico per fotografare simboli e oggetti della cultura e dell’arte popolare. La sua fotografia è vita e della vita si nutre. Entra in relazione con gli indios, crea con loro un rapporto di simpatia e fiducia. Documenta la fatica dei lavoratori, i campesinos in marcia, i figli dei contadini. I suoi scatti sono pregni di mani e di donne. Mani stanche e callose, che trasformano e creano bellezza. Donne che camminano veloci, coi cesti in testa: corpi esili, posati sui bianchi muri delle case, pelle ambrata e fasce di capelli come ali di corvi. Trova nella fotografia la sintesi al conflitto che la contrasta. Entra con il suo obiettivo nella realtà messicana, vive i chiaroscuro alla luce delle idee politiche che abbraccia.

Tina si immerge nella vita politica, si iscrive al Partito Comunista, diventa una rivoluzionaria. Attiva nella Lega antimperialista, è in contatto con gli antifascisti italiani. Resiste fino a vivere la tragedia del trotskismo, fino a sacrificare la fotografia alla militanza. Il suo nuovo compagno, Julio Antonio Mella, comunista cubano, morirà assassinato mentre cammina al suo fianco. Tina è ora una straniera pericolosa, stretta nelle reti della calunnia, dell’intrigo, del tradimento. Viene imprigionata per tredici giorni ed espulsa dal paese. In esilio, sfugge al fascismo italiano. A Mosca vive l’incubo dello stalinismo. Combatte in Spagna.

Andrea Semplici, scrivendo di Tina, dice che si è persa:

«L’Europa non possiede la “dannata luce del Messico”. Non si può vivere senza quella luce. I tempi non hanno pietà per chi ha offerto al mondo la sua fragilità. Robert Capa, il grande fotografo, cerca di salvarla: ‘Riprendi in mano la macchina fotografica’, cerca di convincerla. Ma Tina ha chiuso le porte della sua vita passata. E la fotografia ora si è fatta veloce e lei “non è aggressiva”

Tina muore in Messico, in un taxi, di attacco cardiaco. Del segreto che la avvolge rimangono le parole del poeta Neruda:

«Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato

ancora protende la penna e la sua anima insanguinata

come se tu potessi ancora, sorella, risollevarti

e sorridere sopra il fango […] Perché non muore il fuoco.»

Pablo Neruda, Tina Modotti è morta

 

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