REVES: FEMME PHOTALE #6 LISETTA CARMI

 

Lisetta carmi è oggi un’anziana signora, nobile e soave. Tuniche orientali ne ricoprono la schiena curva. Le mani plasmate dal tempo e gli occhi chiari racchiudono tutta la sua vitalità. Ha compiuto novantuno anni Lisetta, la sua quinta vita, l’epoca della libertà, come la definisce lei. Senza opporsi alle vocazioni, senza rimpiangere le esperienze passate, in una continua ricerca di se stessa, si è lasciata trasportare dall’esistenza come una barchetta sull’acqua, realizzando i compiti che la vita le ha proposto. Questa rubrica da spazio alla sua seconda vita, quella di donna carismatica e singolare, attenta e sensibile, instancabile viaggiatrice e sorprendente fotografa.

 

Lisetta Carmi nasce a Genova, in via Sturla numero 15, il 15 febbraio 1924. Per le sue origini ebraiche viene espulsa a quattordici anni dalla scuola italiana. I due fratelli vengono mandati in collegio in Svizzera e lei rimane nella casa di famiglia per volontà del maestro di pianoforte, Alfredo They, discepolo di Ferruccio Busoni, preoccupato di non perdere la sua allieva migliore. Le insegna a «toccare il piano come fosse una cosa viva». Lisetta studia e suona in completa solitudine.

Quando sfolla con la famiglia ad Alessandria, il pesante strumento viene trasportato su un carro trainato da buoi. Sotto il braccio tiene i volumi del Clavicembalo ben temperato di Bach. Capisce che avrebbe fatto la concertista. Il suo talento la porta a girare gran parte del mondo, i risultati sono eccellenti, la fama cresce, ma lei inizia a chiedersi se è quella la vita che veramente desidera. Nel 1960 la prima frattura, partecipa alle manifestazioni di piazza contro i fascisti, e al suo insegnante, che le vieta di prendere parte ai nervosi cortei che avrebbero potuto mettere a repentaglio salute e carriera, risponde indignata chese le sue mani sono più importanti della sofferenza degli altri allora non ha senso che continui a suonare. Inizia così la sua seconda vita, in compagnia della macchina fotografica, senza preavviso, senza avere mai scattato. Lo fa perché, dichiara in un’intervista:

«se sai suonare uno strumento puoi fare qualsiasi cosa nella vita. Perché la musica ti dà un’anima. E la fotografia fu il corpo in cui l’incarnai».

Lisetta Carmi - Porto di genova

 

Con la macchina fotografica, strumento per capire se stessa e il mistero dell’umano, viaggia tra le favelas venezuelane, in Messico, in Irlanda, in Afghanistan e nel Sud Italia, con l’indefesso obiettivo di dare voce ai poveri, ai diseredati della terra, a quella parte di umanità emarginata e invisibile. Tanti la conoscono come la fotografa dei travestiti, per il reportage che documenta i luoghi nascosti di Genova, fotografie che rimarranno per anni proibite e clandestine. Nel 1965 Lisetta entra nell’ambiente dei trans per caso, accettando l’invito a una loro festa. Li vede ballare e divertirsi, ma non le sfugge la grande sofferenza, il macerato desiderio di essere donne e per questo perseguitati da una società che li considera malati di disturbi d’identità. Inizia a frequentarli, «nella convinzione che anche loro vivevano, posso dirlo? come gli ebrei, in un ghetto». Tra fotografa e fotografati si instaura un’amicizia: c’è la Gitana, che era stata l’amante di De Pisis, la Morena, che aveva ispirato la Bocca di Rosa di Faber, la Novia. Lisetta Carmi crede che questa assonanza che l’ha unita per tanti anni a loro non sia casuale. Anche lei è alle prese con la necessità di rifiutare il ruolo classico che le viene imposto, con la difficile accettazione della sua esigenza di libertà d’espressione, di viaggio, di incontro. La reazione a quelle immagini è di grandissimo scandalo. Il libro avrebbe dovuto essere pubblicato da un editore comunista ma è un’epoca troppo moralista e si tira indietro, i negozi non lo espongono, gli intellettuali si rifiutano di presentarlo.

 

Altri reportage di Lisetta Carmi scuotono l’opinione pubblica e sollevano il velo di silenzio e disinteresse. Nel 1964 l’attrazione sconfinata per il mare la porta a documentare la vita dei camalli nel lavoro “Il porto di Genova. Città nella città”. Dopo la poesia, il senso di avventura e l’evocazione che questo mestiere suscita, rimangono nel bianco e nero la fatica, la pericolosità, le condizioni spaventose degli operai. Il lavoro diventa una mostra-denuncia del sindacato. Nel cimitero monumentale della sua città, Staglieno, luogo di passioni pietrificate, la fotografa supera l’estasi della perfezione scultorea e la dolcezza del dolore che il luogo suscita e vi scopre l’ipocrisia borghese fatta a monumento, i pregiudizi di classe, la subordinazione della donna, la repressione sessuale, la rispettabilità, l’affermazione di uno status sociale, la ricchezza. Questo è “Erotismo e Autoritarismo a Staglieno”, ma, anche questa volta, nessuno si prende la responsabilità di farne un libro. Uno schiaffo ai pudori e al perbenismo viene dato dalla sequenza di fotografie che documentano il parto di una ragazza ventenne. Il suo volto non si vede mai, solo il momento crudo e magico dello sconvolgente esplodere della vita.

 

Lisetta Carmi

 

Del 1966 sono invece le foto a Ezra Pound, cercato a Sant’Ambrogio di Rapallo, dove viveva. Si incontrano per pochi minuti. Il poeta apre la porta di casa ed esce con la sua vecchiaia, i capelli irti, la sua magrezza. Si ferma davanti a lei per il tempo di soli venti scatti, che però bastano a racchiudere la drammaticità di quegli occhi rivolti all’infinito, l’indicibile grandezza e terrore delle sue poesie, lo sdegno e l’aggressività della sua reazione. Il fotografo Uliano Lucas definisce le immagini: «dolenti e insieme intime, crude e al tempo stesso misteriose e sfuggenti, proprio perché in esse il poeta consegnato dai suoi versi all’eternità lascia il posto all’uomo, solo davanti alla morte». Con questo reportage vince il prestigioso premio Niépce, e Umberto Eco, membro della giuria, dichiara che le foto di Lisetta parlano del poeta con un’intensità e una verità mai espresse in nessun articolo scritto su di lui.

Nel 1977 Lisetta Carmi smette di fotografare perché, come dice lei, «c’è un tempo per ogni cosa». È stata fotografa per vent’anni e la sua arte le è servita come strumento per attuare una rivoluzione personale che coinvolgesse gli esseri umani davanti a lei, a cui dedica un rispetto e una comprensione profonda che mantiene vivi e immutati nonostante le sue reincarnazioni. Oggi vive a Cisternino, nella Valle d’Itria, dove per volere del suo maestro spirituale Babaji ha fondato il primo Ashram occidentale. Dichiara Lisetta:

«Bisogna distaccarsi dal possesso come dal passato. Non rimpiango quello che ho fatto e se è stato fatto bene qualcuno ne avrà gioito».

Oggi vive studiando e dipingendo la calligrafia cinese, aspettando serenamente di lasciare il corpo, ma come sia arrivata a questo è un’altra storia. Anzi, almeno altre tre.