SE QUALCUNO CI OBBLIGASSE SAREBBE PIÙ TRISTE MA AVREMMO UNA SCUSA

Ci troviamo sempre a rispondere alle solite domande, quando alla fine vorremmo solo raccontarti di quanto è stato difficile entrare in casa senza svegliare tutta Imperia, dopo una notte passata a berci il Mar Ligure aspettando che il proprietario chiudesse e ci riportasse a casa; della migliore cena della nostra vita che abbiamo fatto a La Spezia dopo aver sparato coriandoli dentro il locale e dentro le birre delle persone; di Bologna e del concerto iniziato all’una di notte ingannando l’attesa con le Sambuche; di Napoli a suonare in una casa di musicisti tra cui uno dei CSI.

Vorrei non ci fosse uno schermo tra me e te adesso, raccontarti tutto, come di fronte a un amico. Del nostro Guinnes degli orrori, per spiegarti perché a volte non c’è un cazzo da ridere.

Se qualcuno ci obbligasse, sarebbe più triste, ma almeno avremmo una scusa.

 

PIxo

 

Uno – Arriviamo a Padova. Diluvia e aspettiamo in macchina due ore ascoltando gli Action Dead Mouse. Entriamo in questo locale che è in realtà un Jazz Club Pizzeria. Il proprietario non ci saluta nemmeno, noi chiediamo dove poter portare le nostre cose, scarichiamo e montiamo nel completo disinteresse. Usciamo a fumare e il tipo ci dice che non paga più nessuno perché il posto è sempre vuoto, che non offre nemmeno più cena e nemmeno una bottiglia d’acqua a chi suona, da una volta che una cover band dei Motorhead svaligiò il frigo. Io e Meo ci guardiamo. Passano le ore e non arriva nessuno. Nessuno.

Il tipo e la famiglia si fanno le pizze nel forno a legna e si mettono a tavola. Non ci chiedono se vogliamo qualcosa da bere o da mangiare. Perdio, un po’ di acqua. Rimaniamo come due stupidi a vedere la nazionale in tv, in piedi, in silenzio. Che non ci posso nemmeno parlare di calcio con Meo perché forse non sa nemmeno tutte le regole.

Alle dieci ci dice di non suonare, di smontare e di andare via. Ci da 20 €.

Tre ore di macchina per tornare a casa, di notte, senza dire una parola. Non un po’ di incazzatura. Quasi le lacrime. Gli Offlaga Disco Pax a paletta.

 

“in un palco di 20metrix20metri due stronzi non sono ben accetti”

 

Due – Dobbiamo aprire i Tre Allegri Ragazzi Morti in un teatro del 1800 a Genova e ci sentiamo come degli dei. Compro un amplificatore. Proviamo fino al sangue sulle dita. Ci addormentiamo col sorriso. Escono gli articoli con le due nostre facce pixelose in bassissima risoluzione. Io studio davanti allo specchio quel momento dopo Idee #3 in cui scendo dal palco e inizio a cantare senza microfono saltando sulle poltrone come Benigni agli Oscar.

La mattina prima mi chiama il tecnico del teatro dicendomi che non suoneremo perché la band ha delle scenografie ingombranti e in un palco di 20metrix20metri due stronzi non sono ben accetti. Una delle sconfitte più cocenti della nostra storia. Quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi quando ripensiamo a Genova.

 

“Dopo una settimana ci dicono di tornare. Fissiamo una data in una festa di paese a Villa Baldassarri in provincia di Lecce dove gli anziani ci urlano di smettere di suonare e ci invitano in dialetto a toglierci di culo”

 

Tre – Undici giorni di tour. Bologna Roma Brindisi Trani Noci Sannicandro di Bari Napoli Salerno Battipaglia Roma Casa. E già questa storia fa abbastanza ridere. A Brindisi mentre suoniamo un ex galeotto ci distrugge la macchina, spaccando il semiasse. Si scuserà dicendo che era il suo compleanno, era ubriaco e stava mandando un messaggio alla guida. Abbiamo otto concerti da fare e nemmeno i soldi per tornare a casa.

 

 

Ci danno una Panda a noleggio in cui non funziona l’accendisigari e quindi il navigatore. Foriamo una gomma. Finite le date torniamo a casa lasciando la Pixo in Salento. Dopo una settimana ci dicono di tornare. Fissiamo una data in una festa di paese a Villa Baldassarri in provincia di Lecce dove gli anziani ci urlano di smettere di suonare e ci invitano in dialetto a toglierci di culo. Scopriamo che la macchina non è pronta. Rimaniamo altri dieci giorni in un B&B che il carrozziere ci dona.

Andiamo al mare tutti i giorni, diventiamo amici di tutto il paese, la pizzeria sotto di noi ci regala le schiacciate la mattina. Non sappiamo se dobbiamo pagare un mese di noleggio, un B&B, non sappiamo la nostra Pixo come è ridotta. A casa ci danno per dispersi.

 

 

Quando torniamo non ci riconoscono quasi più. Siamo ancora più forti, siamo cambiati. E io e Meo decidiamo di non vederci per due settimane perché non sappiamo più cosa dirci.

 


Tutte le cose inutili sono un duo di Prato in bilico tra il cantautorato e il punk. Testi carichi di poesia e di immagini dure e sognanti, accompagnate da chitarra, batteria, voci. Leonardo Sanzò, detto “Lao” e Francesco Meucci, il “Meo”registrano canzoni e girano l’Italia.

Li abbiamo conosciuti durante uno dei nostri story telling e abbiamo scoperto un mondo di dischi, inquietudini, entusiasmi e viaggi prodotti dal basso (che più basso non si può).

Questa è una rubrica curata da loro, scritta da Lao.

Crediamo sia bellissima.

Redazione