PERCHÈ “I MEDICI”, TUTTO SOMMATO, NON È COSÌ SBAGLIATA

Questa sera ritorna l’attesa fiction Rai I Medici. Se n’è parlato molto durante la scorsa settimana, e spesso ci si è limitati a duri attacchi, critiche taglienti ma poco ragionate, pacato ottimismo non troppo ben disposto a prendere posizione ed esaltazione priva di sguardi oltre i numeri fatti.

In attesa che le successive puntate aprano nuovi scenari o confermino quanto detto, proviamo a ragionare su tutto ciò che è emerso attorno a quella che la Rai ha definito come “la serie più attesa dell’anno”.

 

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Dall’archivio Rai, una storica foto di famiglia

 

L’Onta di HBO e GoT

Prima di ogni altra cosa, partiamo dal fatto che raffrontare I Medici a Game of Thrones (o la Rai ad HBO) è stata la cosa più ripetuta e fuorviante che sia capitata di leggere. Delle vicende dai toni medioevali-rinascimentali e dei personaggi in costume non bastano a porre sullo stesso piano le due opere, nemmeno se su quei due set sono presenti gli stessi attori.

Trattasi, quest’ultima “coincidenza”, di uno dei tanti modi per assicurarsi una fetta di pubblico che normalmente la Rai non avrebbe, ovvero quella generazione cresciuta a pane e serie TV americane che associa ogni produzione seriale italica a Don Matteo, Commissario Montalbano e simili. Quindi, se la strizzata d’occhio alla serie fantasy c’è stata, è avvenuta più nella forma che nei contenuti.

Si pensi per esempio alle parole dello sceneggiatore Frank Spotnitz durante il Roma Fiction Fest: «conterrà tutto: amore, intrigo, politica, assassinio, cospirazione. È davvero una bellissima storia», o al richiamo alle famose Nozze Rosse di GoT, o ai tweet indirizzati a Richard Madden (incalzati in quanto a numeri solo dalla cupola autoportante di Brunelleschi) che mostrano quanto l’attore ha fatto presa sul target di una serie come GoT.

Insomma, GoT è stato un non troppo velato cavallo di Troia usato da sceneggiatori e produttori per far arrivare I Medici verso un pubblico normalmente ostile ai prodotti targati Rai. E ha perfettamente funzionato, anche troppo direi, visto che buona fetta della critica si aspettava pure sesso, guerra e draghi. Ma se i mitologici mostri alati non si potevano fornire per ovvie ragioni storiche, il resto è stato servito: assassini, corruzione, scene di nudo, omossessualità e giochi di potere, per quanto limato e ammorbidito per ovvie ragioni di linea editoriale: siamo su Rai1, non su HBO, inutile anche solo pensare il paragone, in meglio o in peggio che sia, poco importa.

 

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Giovanni pensa se sia il caso o meno di medicare la vigna

 

Il peso della puntata Pilota e della fedeltà storica

Razionalmente sarei portato a dire che non ha molto senso criticare, e ancor più bocciare, una serie TV che non parte col piede giusto. Ne ho visto diverse che iniziavano male e finivano anche peggio, ma ad alcune ho dato fiducia e, a volte, sono stato ripagato (Breaking Bad insegna). Per questo mi sono trovato d’accordo con chi ha detto che è presto per giudicare.

Bene, ma bisogna sempre tener conto che una Serie TV si gioca tutto nella puntata pilota, se sbaglia quella difficilmente avrà una seconda possibilità. Possibilità resa oggi più restrittiva dal fatto che viviamo in un’era dove sceneggiatori e registi paiono copulare coi network televisivi e i produttori senza contraccettivi seriali: 409 serie TV prodotte nel solo 2015  (e c’è chi per stare al passo ha proposto di guardarle a velocità aumentata) bastano e avanzano per bruciare quell’opportunità faticosamente costruita da HBO con capolavori come I Soprano e The Wire a far ergere le serie televisive a nuove forme di “letteratura” contemporanea; ma soprattutto bastano e avanzano a far desistere anche il più incallito spettatore seriale davanti a un pilot fallito: «con un palinsesto così vasto, perché dare una seconda opportunità?»

Ma il problema qui non si pone sui massimi ascolti, perché l’audience de I Medici non andrà a competere con quello dell’ultima serie TV americana di successo (in parte per questioni di modi e tempi di fruizione del prodotto). Il problema della falsa partenza si pone in altra misura: trattenere la nuova fascia di spettatori arrivata per curiosità e attratta dal cavallo di Troia di cui prima. Spettatori bulimici e assuefatti dalla competizione in crescendo delle ipercostose produzioni americane. La lotta si sposta quindi sul piano dei contenuti, spada di Damocle che minaccia buona parte della recente produzione d’oltreoceano.

Anche qui gli sceneggiatori e i produttori si sono dimostrati attenti e capaci di arginare il problema, giocando la carta dell’italianità: I Medici, la gloriosa dinastia fiorentina che ha contribuito a rendere il nostro Paese quello che è; e Firenze, amata da una larga fetta di turismo internazionale, in particolare americano.

Come sostenuto del resto dai produttori Luca e Matilde Bernabei al Roma Fiction Fest 2015: «Milioni di persone ogni anno vanno a Firenze e si meravigliano di pitture e palazzi senza sapere cosa ci sia dietro quelle opere monumentali […] siamo quindi partiti da questa idea per parlare di chi ha inventato tutto questo: i Medici, appunto, di cui sappiamo poco. Vogliamo raccontare la storia di coloro che tra mille difficoltà sono riusciti a creare qualcosa di grande […]».

Molto probabilmente sarà la scelta di raccontare qualcosa di culturalmente vicino a noi, con l’estetica cinematografica americana, a trattenere gli spettatori cresciuti lontano dalla Rai. Eppure questa si sta rivelando un’arma a doppio taglio. Primo perché la Rai non è l’HBO (inutile fare il confronto, già detto) e i limiti nella libertà di scrittura e regia si sentono e vedono tutti (CGI pacchiana, povertà di ambientazioni e figuranti, dialoghi abbastanza retorici, intreccio narrativo didascalico), secondo perché affidare a sceneggiatori americani la nostra storia viene percepito dal pubblico italiano come una violenza intellettuale, e poco importa quanto realmente si conosce la Storia, ogni licenza narrativa verrà presa come un sopruso prima ancora che come una… necessità narrativa, appunto.

Non a caso le critiche più accanite si sono riversate proprio per la mancata aderenza storica alle vicende narrate, nonostante gli autori hanno dichiarato che «le forzature storiche ci sono. Dopo aver fatto ricerca abbiamo capito che non potevamo sempre essere fedeli alla realtà […] Mi auguro che il pubblico comprenda i motivi per cui abbiamo introdotto dei cambiamenti».

 

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La bella lavandaia che ha fatto innamorare Robb de’ Medici

 

Il valore dei numeri

La fiction italiana, salvo rare eccezioni, non compete a livello internazionale con serie TV americanocentriche.

I Medici fa parte di queste eccezioni, ma è giusto ricordare che per prima cosa si misura col pubblico nostrano per dimostrare che la Rai è un network capace di creare prodotti d’intrattenimento di fascia alta in termini di investimento economico e megalomania narrativa.

Sotto questo profilo la Rai ha centrato il bersaglio: sceneggiatori Frank Spotnitz e Nicholas Meyer, produttore e co-autore di X-Files il primo, scrittore (La soluzione settepercento) e regista (The day after) di comprovata esperienza il secondo; cast internazionale con Dustin Hoffman e Richard Madden e promesse italiane come Miriam Leone e Guido Caprino (entrambi 1992, altra interessante produzione seriale italiana).

Sul budget messo a disposizione per la realizzazione possono tornare utili le parole di Madden dette al Roma Fiction Fest 2015: «Da attore, non conosco i budget, ma non ho visto differenze enormi tra il set di Game of Thrones e quello de I Medici».

Sulla megalomania narrativa rimandiamo al precedente paragrafo con le parole di Luca e Matilde Bernabei, i produttori, che sempre nella medesima occasione hanno anche detto: «abbiamo ricevuto interesse da tv di tutto il mondo, dall’Australia, dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, e stiamo trattando anche con gli Stati Uniti […]» poi: «Il finanziamento di questa serie è stato complicato […] Noi siamo considerati niente perché non abbiamo un’eredità da questo punto di vista. Rispetto a questo segmento gli americani sanno che fanno serie TV meglio di noi, quindi noi dobbiamo essere più bravi e dobbiamo impegnarci di più per portare i nostri progetti all’estero. Sicuramente abbiamo alcuni temi su cui l’Italia può parlare, dire la sua.»

Quindi: le serie TV per essere competitive – e vendute – all’estero devono essere ambiziose; per fare serie TV ambiziose ci vogliono soldi; per avere i soldi devi convincere gli investitori; per convincere gli investitori devi avere un buon curriculum oltre che una bella idea. I Medici andrà a curriculum, per dimostrare che l’Italia (la Rai) le serie TV ad alto budget le sa fare.

L’ambizione di creare un prodotto competitivo e vendibile all’estero non solo è evidente nella scelta dei contenuti (ripetiamo: Firenze e i Medici), è esplicita anche nella volontà dei produttori.

Ora, se mettiamo in conto che queste parole sono state dette un anno fa, che negli ultimi mesi la campagna pubblicitaria attorno alla serie si è intensificata tanto da diventare quasi asfissiante e che la prima mondiale è stata esclusiva italiana, non meraviglia vedere 7 milioni di spettatori incollati alla TV o sapere che il trend topic su twitter è stato #imedici.

Questi però sono dati quantitativi, non sono sintomo di successo qualitativo, almeno non di quello intrinseco ai contenuti della serie (che di pecche ne ha eccome, a partire dal personaggio di Brunelleschi). Evidenziano certamente un dato rilevante, ovvero l’importanza che riesce ad avere una produzione Rai, ma non ci dicono che eredità ci lascerà: verrà presto dimenticata o sarà un nuovo standard a cui guardare?

 

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Un esempio degli ampiamente criticati e sfarzosi abiti rinascimentali

 

Risulta difficile trarre delle conclusioni ora, tuttavia le due puntate hanno messo tanta carne al fuoco, sia per discuterne da un punto di vista narrativo: personaggi, aderenza ai fatti storici, sviluppo narrativo,  scenografie; sia per discuterne, e credo forse valga di più, da un punto di vista televisivo: la TV pubblica italiana, in maniera goffa, in ritardo sui tempi, alla sua maniera, affila le armi per competere su un settore del piccolo schermo capace di avere un peso specifico non inferiore a quello del cinema, capace di attrarre sempre più investitori e conquistare un pubblico di fedelissimi che identifica le serie TV come forme di narrazione contemporanea.

Tutto ciò porterà I Medici a scontrarsi non solo con GoT, House of Card, Narcos, Black Mirror o [altra serie di successo che preferite] ma anche con i recenti, e apprezzati all’estero, successi nostrani: Gomorra (Sollima, Sky) e The young pope (Sorrentino, Sky), proprio quelli che dalla competente critica vengono identificati come i nuovi standard della fiction italiana. Ed è da questo scontro, più che da quello con i fanatici della sacralità della storia italiana, che si trarrà qualcosa per il futuro della fiction Rai, la quale, per ora, almeno con i numeri iniziali, sembra aver convinto gli investitori.