PAOLO COGNETTI: AUTORE DI RACCONTI

Paolo Cognetti

 

Paolo Cognetti, scrittore milanese classe ’78, è un autore di racconti. Sottolinearlo potrà sembrare superfluo, ma leggendo le parole di Rossella Milone su Internazionale “però sono racconti“, o quelle dello stesso Cognetti sul suo blog, Capitano mio capitano:

“Ogni tanto incontravo lettori – e se per questo li incontro ancora – che dichiaravano con noncuranza: “io non leggo racconti”, come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi”

capiamo che, almeno qui in Italia, dirlo può avere senso.

 

Paolo Cognetti però non è solo autore di racconti (Manuale per ragazze di successo, 2004,Una cosa piccola che sta per esplodere, 2007, Sofia si veste sempre di nero, 2012, tutti editi per minimum fax), ma anche di documentari (Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo) e opere di saggistica (New York è una finestra senza tende –Laterza-; Il ragazzo selvatico. Terre di mezzo; Tutte le mie preghiere guardano verso ovest -Edt), perciò non vogliamo qui limitarci a catalogarlo, ma è certo che questa è la forma letteraria che l’ha reso uno scrittore apprezzato da critica e pubblico e a cui ha dedicato la sua ultima fatica: A pesca nelle pozze più profonde, meditazione sull’arte di scrivere racconti (minimum fax). Opera in cui, si evince dal titolo, lo scrittore medita sulla sua formazione e sul suo rapporto coi grandi maestri americani di questo genere.

Lo scorso 28 novembre è stato qui a Firenze per presentare il libro, e abbiamo approfittato dell’occasione per fare due chiacchiere con lui.

 

Partiamo dal profilo biografico: hai studiato matematica, poi sei passato al cinema, mentre ora ti dedichi a tempo pieno alla scrittura. Questa diversità di interessi si riflette in ciò che scrivi, e come? La matematica sembrava per me una strada segnata sin da quando ero piccolo, tanto che se ora facessi il matematico potrei dire: «sapevo sin da bambino che da grande avrei fatto il matematico». In qualche modo ha influito, dandomi una visione analitica della scrittura, ma soprattutto l’intendere un racconto come un problema da affrontare più che da risolvere. Ho studiato cinema perché quando ho capito di voler scrivere cercavo una scuola che mi insegnasse a farlo, e mi pareva non ci fosse, almeno a Milano, una scuola di scrittura decente. Il lavoro dei documentari si è rivelato molto appassionante, perché io soffro un po’ della solitudine o dell’autismo della scrittura: Il fatto che sei sempre chiuso in casa, a guardarti allo specchio, a riflettere sulle tue cose. Il documentario fungeva da antidoto a questa cosa, perché mi spingeva fuori a guardare il mondo.

Paolo Cognetti – A-pesca-nelle-pozze-profonde-la-recensione

Leggendo il tuo blog infatti parli spesso della ricerca di questi periodi di isolamento, che sono un po’ un appuntamento fisso, tipo la montagna… Sì, passo diversi mesi all’anno in montagna, sono i mesi della scrittura. Per me, per scrivere, è necessario isolamento e silenzio, che riesco a ottenere solo lì. Però non si può vivere così, perché si finisce rinchiusi in se stessi, perciò l’altra parte dell’anno la passo in città, con gli amici. Cerco un equilibrio tra queste due dimensioni.

 

Vorrei farti delle domande sul lavoro dello scrittore utilizzando delle citazioni di racconti. Partiamo da Calvino, nel racconto “Il conte di Montecristo” dice: «Per progettare un libro- o un’evasione- la prima cosa è sapere cosa escludere.» Ti sei mai posto un limite di possibilità che ti facciano dire «stop, oltre questo non racconto altro»? Sì, mi do dei limiti. Spesso sono spaziali, dato che la vastità di ciò che all’inizio può finire in un racconto mi spaventa, quindi sento la necessità di pormi dei confini. Allora mi dico: questo racconto non uscirà mai da questa casa, rimarrà ambientato tutto dentro le quattro mura. Lo stesso vale per i limiti temporali.

 

L’altra citazione è di Tabucchi, dal libro “I volatili del beato angelico”, dove lui immagina un carteggio epistolare tra l’autore e un personaggio, e qui, citando Mario Vargas Llosa, sostiene che l’atto dello scrivere è l’opposto dello spogliarello: lo scrittore parte nudo e poi si riveste, coprendosi di artefici retorici che compongono le storie. Ti riconosci in questo? A me piace più l’idea opposta: vedere la scrittura come uno spogliarello, anche se non ho mai approfondito questo pensiero. Sono una persona che di per sé tende a star chiusa, a non aprirsi troppo, quindi la scrittura diventa una sorta di atto di esibizionismo, anche un po’ osceno se vogliamo, ma necessario. Quindi sì, io direi il contrario, per me scrivere è come spogliarsi.

 

Come è nata l’idea di quest’ultimo libro? È una cosa che ha preso forma dieci anni fa. Ai tempi in cui pubblicai il mio primo libro c’era già qualcuno che mi chiedeva di tenere dei laboratori di scrittura. Il libro è stato qualcosa che, assieme ai laboratori, ha concretizzato la scrittura come mio lavoro. Facendo questi laboratori mi sono ritrovato a riflettere sulla mia scrittura in un modo che altrimenti non avrei mai fatto da solo, perciò nel libro sono andate a finire tutte queste meditazioni fatte in anni di lavoro.

 

Paolo Cognett col suo cane alla Citè di Firenze

In uno dei consigli di scrittura che hai dato sul blog, citando Jonathan Franzen, dici «non si può essere un bravo scrittore se sei connesso alla rete». Che rapporto hai con internet e i social network? È un rumore che da un certo punto di vista mi attira, dato che sono una persona abbastanza incline a farsi distrarre dai rumori del mondo, ma da cui allo stesso tempo sento di dovermi difendere, per cercare quella concentrazione di cui si parlava prima. Quindi volutamente limito l’approccio. Io, per esempio, potrei essere tranquillamente un giocatore dipendente, per cui mi impedisco di giocare. Lo stesso faccio con i social network.

 

Durante la presentazione del libro hai sottolineato come nella scrittura “post moderna” l’uso dell’ironia ti trasmetta spesso una sorta di “freddezza intellettuale”. Vuoi spiegar meglio questo concetto? Io credo che l’unica ironia accettabile sia l’autoironia. La vedo come una giusta autocritica, il pensare a sé in maniera non troppo egocentrica. L’ironia sui propri personaggi mi sembra invece un modo per staccarsene, giudicarli, in una sorta di moralismo, perché se ironizzi sul comportamento di qualcuno è perché gli stai dando un giudizio. Rimango molto sospettoso di questo.

 

Sei un grande appassionato di letteratura americana, ora anche traduttore. Questo bilinguismo ha mai influito sulle tue produzioni? Hai mai scritto, o concepito, un racconto direttamente in inglese piuttosto che in italiano? No, perché il mio bilinguismo non mi permette di farlo. Rimango comunque un grande appassionato di letteratura americana, quello sì. Credo di aver letto più americani tradotti in italiano, che autori italiani. Semmai questo mi ha portato a chiedermi cosa sia la mia lingua, l’italiano, che molti definiscono “traduttorese”. Oggi si è tanto influenzati da testi tradotti, vedi i libri, o i film e programmi televisivi. Questo influenza la lingua, che diviene più pulita, secca, lontana dalle inflessioni dialettali. Ma la ricerca sulla lingua non è tra le mie prerogative ora.