LETTURE IN CORSIA. SE TI ROMPI UN PIEDE NON TI RESTA CHE LEGGERE

letture in corsia

 

Avendo trascorso un mese in casa ingessato, ho finalmente soddisfatto la voglia di smaltire parzialmente la pila di libri passati dallo scaffale dei libri ancora da leggere a quello dei libri in coda di lettura (che verosimilmente finiscono per essere letti in capo a due-tre mesi). Pertanto quelle che seguono sono minirecensioni senza criterio (se non quello spiegato poc’anzi) di testi dei generi e dei temi e delle epoche più differenti. Ma ci tenevo a spendere due parole su ciascuno di essi.

 

Philippe Petit, Creatività. Il crimine perfetto

Philippe Petit, Creatività. Il crimine perfetto

La fascetta firmata Jonathan Safran Foer sponsorizza il volume come fosse oro. Non lo è per niente, ma se fosse stato un manuale in cui si promette di insegnare a essere brillanti, intuitivi e geniali sarebbe stato ancora peggio: in realtà si tratta solo del punto di vista del grande artista Philippe Petit (funambolo, equilibrista, giocoliere), noto per la “traversata aerea” tra le due Torri Gemelle. Tra appunti personali, spunti biografici, curiosità e suggerimenti di metodo, alla fine ne esce qualcosa di interessante.

 

 

 

Herman Hesse, Narciso e Boccadoro

Herman Hesse, Narciso e Boccadoro

È assurdo che lo debba menzionare. Ma se a 15 anni impazzii per Siddharta e poco dopo lessi pure il Lupo della steppa, questo capolavoro a quel tempo lo mollai dopo pochissime pagine. Saranno state l’aria di convento, l’uggia che traspirava da quelle celle di Mariabronn e quel generale “odore di chiesa” ad impedirmi di proseguire. A quell’età non potevo, in alcun modo, trovarvi attrattiva o fascino. Ripreso in mano più di dieci anni dopo, riconosco il capolavoro assoluto del romanziere tedesco. Una perla di teologia, filosofia morale e estetica, romanzo d’avventura, compendio d’arte e storia di amore e amicizia. Mi vergogno di non averlo letto prima.

 

 

 

Alice Munro, Troppa felicità

STroppa Felicitàe fino a tre o quattro anni fa non l’avevo mai sentita nominare, credo fosse per via del fatto che di raccolte di racconti, in vita mia, non ne avevo mai lette. Poi – facendomi largo in quel mondo con occhi lucidi di gioia – non potei non notare il suo nome ricorrere negli articoli dei blog letterari, durante le presentazioni, accostata a veri e propri mostri sacri della letteratura contemporanea. Dopo il Nobel per la letteratura del 2013 ho dovuto desistere, ho comprato uno dei suo libri (uno a caso) e sebbene abbia impiegato oltre un anno a far emergere il titolo dalla coda di lettura, alla fine l’ho aperto e l’ho letto. Le aspettative altissime sono state confermate. Temo sarò costretto, un po’ alla volta, a leggere tutte le altre raccolte firmate da questa signora canadese. Troppa felicità è bellissimo, quindi non fate gli snob (ma è canadese! Ma scrive racconti! Scrive racconti ambientati in Canada!) e leggetela anche voi.

 

 

AA.VV., La vita sobria

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Premesso che alla fiera di Roma (ovunque stand e persone e libri e editori, una massa indistinta che fa intrecciare gli occhi) NEO Edizioni regalava una birra fresca a chi comprava il libro, credo di averlo acquistato rapito da un’onda emotiva partita da Facebook e da bacheche amiche. Il tema (come si può intuire c’entra il bere), il curatore (Graziano Dell’Anna, conosciuto in condizioni epiche al termine di Torino Una Sega 3), alcuni degli autori (Tuena, Viola, Sgambati, Zardi) mi avevano convinto che quello fosse un libro da avere. Letture piacevolissime e scritture ottime (a meno che non si tratti di assuefazione a quello stile, che ormai sento sempre più familiare), questa piccola antologia è la conferma che nella narrativa italiana di qualità ce n’è eccome. Riguardo al tema, una nota: confidavo di trovare molte sbronze vecchio stile, alla Bukowski, invece questi autori (paura di cadere nel cliché del maledettismo?) hanno quasi sempre affrontato, in un modo o nell’altro, il rapporto con l’acool da un punto di vista intimo, domestico, familiare. Una scelta che può piacere o no, ma che senz’altro qualcosa – pensando alla direzione della nuova narrativa italiana – vorrà dire.

 

 

Demetrio Paolin, Il mio nome è legione

Il mio nome è legione

Libro che mi fu consigliato qualche anno fa da almeno tre o quattro persone di cui ho un’altissima considerazione. Ne ero stato spesso spaventato. Quello di Demetrio Paolin è un romanzo costruito ad anelli, una biografia del male fatta di salti, indagini e ferite. Un racconto di sé in terza persona in cui un figlio, un giornalista, un amico, un addetto stampa che – negli incontri come nella solitudine – sviscera l’esperienza e il naturale legame col male, lo riconosce e lo accetta. Per tentare, senza volerlo sconfiggere, una forma di salvezza. Dal titolo all’epigrafe (“Ut unum sint”, dal Vangelo di Giovanni), vi è tutto il cammino umano che sta tra la divisione e l’unità. È un libro da leggere.

 

 

Julie Garwood, Nel castello di Connor

Julie Garwood, Nel castello di Connor

(attenzione: sto per recensire un Harmony) Poiché un’amica sosteneva che i romanzi rosa fossero in grado di elevare il mio cinismo e che potessero essere istruttivi su molte questioni (narrazione di amore e sesso in primis), mi ha donato una copia del libro in questione. XII secolo, si narra di una giovane inglese che viene data in sposa a un ricco possidente della zona. Interviene però Connor, higlander scozzese che per vendicare il padre ucciso si intromette sulla scena, sposando la ragazza prima del nemico. Da lì ci sono circa 150 pagine di dialoghi e giochetti psicologici di bassissima lega (il rapporto uomo/donna e la mentalità dei personaggi è un ibrido tra quello medievale e quello di un paese occidentale e conservatore degli anni ’50), in cui i due sposi si prendono le misure. Lui ha sposato lei per fare uno sgarbo al nemico, ma è un duro e non la ama; lei ha sposato lui perché non aveva scelta. Alla fine, in una settantina di pagine, i due scoprono di piacersi molto: Brenna è benvoluta dai sudditi di Connor, Connor si intenerisce, scopre un segreto gioco di alleanze che aveva portato alla morte del padre e che avrebbe di lì a poco messo a rischio il proprio regno. Nel frattempo i due sposi hanno fatto l’amore due/tre volte e gli è piaciuto un sacco. Finisce benissimo, con un happy ending veramente happy. Non importa che lo leggiate.

 

 

Niccolò Ammaniti, Fango

Niccolò Ammaniti, Fango

Suona strano, ma questa raccolta di racconti ha quasi vent’anni. Preceduta da “Branchie”, è la seconda opera di quello che, a torto o ragione, è considerato tra i più credibili degli autori di successo in Italia. Prima del successo del premio Strega e delle trasposizioni cinematografiche dei romanzi, l’Ammaniti-cannibale in questa raccolta di racconti iperbolizzava con estetica pulp la violenza dei quartieri romani, tra droghe, perversioni sessuali e ammazzamenti spettacolari. Scrittura asciuttissima, frasi brevi, tutto ritmo. Senza stare a discutere su quanto il successo editoriale di questo autore sia meritato (per darne una misura cito la quarta di copertina: tradotto in 44 paesi), continuo a credere che rispetto a tanti scrittori d’importazione (penso su tutti a Palanhiuk) fichissimi da citare al pub a 20 anni per fare i ganzi, non abbia davvero nulla in meno.

 

 

 

Francesco d’Isa, Anna. Storia di un palindromo

Francesco d’Isa, Anna. Storia di un palindromo

Romanzo d’esordio del fiorentino Francesco D’Isa, Anna è un piccolo capolavoro. Mi viene impossibile parlarne in poche righe. Si tratta della storia di Anna e di Ezio, la prima una giovane in fuga dal proprio trascorso che in seguito ad un intervento di neurochirurgia non riesce a parlare del proprio passato. Ezio, il medico che opera e cura Anna, un uomo razionale che si prende cura di lei. I due si innamorano e la loro storia si intreccia con lo studio della malattia di Anna, con la scoperta del suo dolore, in un crescendo di coincidenze e di giochi di specchi. D’Isa è perfetto nella scelta delle parole e nella conduzione della narrazione, mantenendo sempre sul binario i vagoni di psicanalisi, medicina e irrazionalità, fino al traboccare della follia. Che non porta al deragliamento ma alla comprensione e all’incontro di due solitudini che si fanno una.