MURALISMO, STREET ART, SPOPOLAMENTO E ACCOGLIENZA: IL REPORTAGE DI BASTAUNOSPARO

Sardegna // Di muralismo e street art. Di spopolamento e accoglienza è il nuovo lavoro del blogger bastaunosparo, nel quale prova a tracciare un ritratto dell’isola partendo da due elementi oggi sempre più presenti nell’espressione culturale e artistica sarda: il muralismo e la street art. Saranno poi questi pretesto per raccontare i diversi aspetti di una terra vasta, variegata e spopolata.

Abbiamo già avuto il piacere di ospitare il blogger bastaunosparo nelle nostre pagine, per la rubrica #luoghiaperdere, col reportage Calabria Abbandonata: un viaggio nelle zone e nei paesi calabresi vittime di spopolamento.

In Sardegna // Di muralismo e street art. Di spopolamento e accoglienza, il blogger attraversa la Sardegna da nord a sud, dalle coste all’entroterra, dalle grandi città alle ex-province industriali. Un tour de force durato poco meno di un mese, per creare una scansione del territorio, come lui stesso la definisce, “a lastre”, che sovrapposte formano un possibile quadro d’insieme dell’isola.

Diviso in nove capitoli, il lavoro si compone di testi e fotografie, testimonianze e dialoghi, storia ed esperienze personali.

 

Quella che segue è l’introduzione al progetto:

 

Confrontarsi con la Sardegna per un continentale è in qualche modo confrontarsi con una realtà altra. Il suo essere “isola”, in senso culturale prima che geografico, e la sua vastità, accentuano le complessità di questa regione che a volte viene pensata periferica, rispetto al territorio nazionale, altre volte assume una centralità strategica.

Prima di poter andare a fondo è necessario averne una conoscenza d’insieme e il presente reportage è un tentativo di renderne un’immagine, complessa ma estesa, riguardo alcune tematiche di attualità.

Ho preferito, nei pochi giorni a disposizione, viaggiare in più zone possibile, in tutte le province. Ho preferito percorrere molti chilometri, anche per vedere le varie forme assunte dal muralismo sardo e confrontarle con quelle di opere più recenti.

Durante il viaggio è diventata mia intenzione accennare un ritratto dell’Isola.

A causa della vastità del territorio e del poco tempo avuto a disposizione, tale ritratto potrebbe apparire più simile ad una scansione, nella sua superficialità. Ma la sovrapposizione di vari livelli, come fossero lastre, potrebbe essere utile alla composizione di un quadro di insieme.

C’è la scansione del territorio, le isole attorno / il mare e le profondità che ne definiscono il colore. Le aree marine protette e quelle interdette / le coste, quelle con le lunghe spiagge desertiche e quelle con le scogliere a picco / i tronchi degli alberi, che vanno dal grigio dei pini vicino al mare al rosso dei sugheri, quando la corteccia è stata da poco asportata, nell’entroterra / gli altipiani che definiscono la strada quando si percorrono le vallate / la roccia grigia e friabile dalle parti di Buggerru, quella gialla oro nei dintorni di Lanusei / la macchia mediterranea, che diventa secca e gialla, salendo nelle montagne. I parchi naturali, la Barbagia, il Gennargentu. Gli scheletri del Supramonte.

C’è una scansione di determinate aree culturali i cui confini spesso non corrispondono a quelli delle province: la Gallura, la Barbagia, l’Ogliastra, il Campidano, il Sulcis.

La scansione dei reperti archeologici, che testimoniano le presenze antiche: nuraghe, domus de janas, dolmen.

La scansione delle città. Con Cagliari e Sassari come due poli opposti, una marinara, romantica e dura, fatta di vicoli e salite; l’altra cittadina, vasta e quadrata, fatta di viali e periferie.

Ci sono le aree industriali attorno a queste città. E le ampie pianure di stagni e sterpa. Macchiareddu, Molentargius.

C’è la scansione dei paesi. Che a volte sorgono in posti dove fino a 100 anni fa non c’era nulla. Apparentemente senza storia. Anonimi, accondiscendono al mare d’estate e contano i giorni d’inverno. Ci sono paesi che sembrano villaggi West, e non solo nei casi più eclatanti come San Salvatore di Sinis, ma anche ad esempio nelle forme di alcune chiese di Macomer o Dolianova. Ce ne sono altri custodi di storia, sempre duri al primo impatto, nascosti dai massi delle zone più lontane dalla costa.

C’è la scansione della Sardegna industriale, che si può leggere anche nei nomi dei paesi, da Argentiera a Carbonia. Il parco geominerario storico occupa circa un sesto dell’area dell’intera regione ed è segno di qualcosa che è stato e non è più. Qualcosa che oggi lascia il posto alle zone più povere della regione. Tracce che rimangono nel territorio, come l’enorme cementificio abbandonato a Scala di Giocca, alle porte di Sassari. Una scansione che rileva però anche i poli industriali ancora in attività, quelli che danno lavoro a migliaia di persone e ne uccidono lentamente le famiglie con l’inquinamento: Porto Torres, Portoscuso, Sarroch.

C’è la scansione della presenza militare nell’isola. Nell’arcipelago della Maddalena, a Macomer, a Capo Teulada, a Capo Frasca, nel Salto di Quirra. Presenza non solo italiana come testimonia una base militare dell’aeronautica americana abbandonata, sulla cima del monte Limbara. Presenza che si concentra non solo nelle grandi basi ma anche in tanti piccoli centri, nell’hinterland cagliaritano: Monastir, Decimomannu, Uta, Quartucciu, Elmas.

La scansione dei luoghi di reclusione. Il carcere dismesso dell’Asinara. I penitenziari, che prima venivano costruiti all’interno delle città, come il Buoncammino a Cagliari e il San Sebastiano a Sassari, entrambi al centro di progetti di riconversione d’uso. Ci sono varie strutture che oggi si preferisce tenere lontane dai centri abitati, cosa facile in un territorio come quello sardo. Ci sono i manicomi abbandonati, sostituiti dagli OPG, che presto ci abitueremo a chiamare REMS, oppure dai reparti di psichiatria delle aziende ospedaliere. C’era, fino a pochi mesi fa, il CSPA-CARA di Elmas, che non si chiamava CIE, così come i CIE non si chiamano più CPT, ma che ospitava comunque circa 300 rifugiati in un luogo che aveva tutte le sembianze di una prigione, inglobata in un ex aeroporto militare.

C’è anche una scansione dei cibi proibiti. Il casu martzu. Il filu ‘e ferru. Anche da questi si può avere un’idea del rapporto complicato della Sardegna e delle sue tradizioni con le leggi italiane o europee.

C’è l’usanza di scrivere e disegnare sui muri. Di lasciare tracce. Di lottare e poi lasciare tracce. Di proseguire una tradizione. Di dire qualcosa a tutti.

 

Potete trovare il reportage completo sul blog di bastaunosparo: QUI, e scorrere una gallery d’anteprima qui sotto: