“LE PIETRE SONO PIETRE E BASTA”. DENTRO NUR CON MAURO TETTI

“Intanto adesso ci colpisce l’indeterminatezza. La pioggia cade violenta sul camposanto di Nuraci. Su Giana e sulla pietra avvolta dall’edera. Quella dove un tempo si leggeva: leggerò, forse, fino a stasera; ma il libro non lo chiuderò; resterà aperto tutta la notte e troverò i sogni sulle pagine come se fossero figure.” (A pietre rovesciate, Mauro Tetti, Tunué, 2016)

 

A pietre rovesciate di Mauro Tetti è un libro che fa parte della collana narrativa di Tunué. Collana che sta facendo parlare di sé per la qualità dei testi proposti: due candidati al Premio Strega, ristampe, centinaia di articoli, elogi, critiche, polemiche etc.; cosa non scontata nel panorama letterario italiano, ancor più in quello degli emergenti. Perciò se questa è la terza o quarta volta che ne parliamo su Riot Van non è perché ci pagano, ma perché, buone doti da talent scout del direttore di collana e ottime capacità dell’ufficio stampa dell’editore a parte, riteniamo che leggere uno di questi libri sia quasi diventato un dovere morale per ricredersi sui tanti pregiudizi verso la giovane letteratura italiana.

Il libro di Mauro Tetti non fa eccezione a questo discorso, anzi, svetta sugli altri titoli Tunué (almeno tra quelli che ho letto) per la capacità che ha di coniugare voce e racconto con evidente maturità narrativa, e proveremo ora a vederlo parlandone, tra una riflessione e l’altra, con l’autore.

 

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A pietre rovesciate di Mauro Tetti ritratto da Francesca Bonanno

 

Dentro un mondo capovolto

La storia è un viaggio nel e dentro lo spazio-tempo di un villaggio-paese-città-terra di nome Nur, confinata in un’isola che ne decreta nascita e morte, vizi e virtù; e nella vita dei suoi abitanti, attuali e avi, che ne hanno tramandato folklore e storia. Ma è un viaggio a testa in giù, rovesciato come le pietre su cui si è edificata Nur.

Entreremo in un mondo capovolto, dove la realtà si fa spesso leggenda e la leggenda storia, dove i personaggi sembrano agire contro il senso comune dell’esistenza e si fanno presto mito da tramandare per mettere in guardia o spaventare chi vive un presente dal passato comune.

Tutto ciò è ben sintetizzato, senza essere svuotato o ridotto di senso, nel titolo e nella copertina del testo.

Facendo una ricerca su internet ho letto che il titolo originale era Bestiario. C’è addirittura una variant cover del romanzo Tunué con questo titolo, con cromatura viola anziché arancione e simbolo (Dea Madre/Bambola stilizzata) differente. Per quanto Bestiario renda bene l’idea di una parte del libro, sinceramente preferisco il titolo attuale, sunto perfetto di tutto ciò che contiene. Da dove nasce e come si è arrivati a questa scelta?

MT: L’arancio della cover è in realtà la prima e unica scelta, che doveva in qualche modo ricondurre alla materia terrosa. Il simbolo invece è arrivato solo all’ultimo, quando ancora si optava per il “capovolto” (fregio da sepoltura nuragica che rappresenta un uomo stilizzato e capovolto nel momento del trapasso, dalla vita alla morte, dalla superficie al centro della terra).

Ma all’ultimo, come dicevo, una cara amica mi ha consigliato di visitare l’altura fenicia di Monte Sirai, costruita dalle antiche genti di Sulci. Là su una stele del tofet ho visto lei, la dea rovescia, Tanit della fertilità. Questa volta era morta una donna che rappresenta la vita stessa: e io l’avevo incontrata così, prima in un sogno meno recente, poi su una pietra, rovesciata.

Il titolo invece, A pietre rovesciate, viene dalla necessità di chiudere in poche parole i significati della cerca continua che c’è nel romanzo: dell’oro, dei tesori nascosti, dell’ombra di un campanile o della libertà. Perché si guarda anche sotto le pietre quando si cerca l’introvabile.

 

La voce di Nur

La scrittura di Tetti si fa mezzo fondamentale per dar vita a questo mondo. Una scrittura che non è solo voce narrante di una storia, ma diviene l’unica voce che un posto come Nur potrebbe avere: dura, ostica, scorbutica e ripetitiva. Interi tempi verbali si susseguono e alternano nel testo senza apparente continuità, per poi ripetersi sino a diventare ridondanti e ossessivi come cantilene utili alla memoria. Elemento che potenzia l’immagine e il senso di una storia tramandata oralmente (come fa Nonna Dora) dentro un mondo apparentemente arcaico e quindi privo di mezzi comunicativi se non quello della voce, eppure proiettato nella contemporaneità.

Come hai lavorato per ottenere questo effetto e questa voce? C’è stato un particolare processo e riflessione o ti è venuto naturale? Hai sentito che dovevi raccontarla così o l’hai maturato in una fase postuma di riscrittura?

MT: Se da una parte l’urgenza regala le immagini migliori, la costruzione linguistica esige prudenza e un lungo processo di perfezionamento. Non è venuta istintivamente ma in seguito a una riflessione su quella che doveva essere la sua forma iniziale o quella finale. E questa riflessione sulla lingua è stata fatta in una fase antecedente alla scrittura, anzi mi vien quasi da dire che in alcuni casi è stata proprio la lingua a segnare i sentieri del racconto. La ricerca della ripetitività dei suoni era tra gli obiettivi principe, insieme all’esigenza di sfruttare, dove necessario, le potenzialità del bilinguismo nel riportare i ritmi della variante campidanese del sardo all’italiano. Ora vorrei che fosse sempre lingua antica e nuova contemporaneamente, come le descrizioni delle luci al neon in un antico villaggio di torri e pietre.

 

Una provincia universale

Nur è un luogo di fantasia radicato nella terra d’origine dello scrittore (“Dopo dodici minuti di cammino andando verso nord si incontra il villaggio di Nur. E dodici minuti di cammino, cioè dodici secondi di una macchina davvero molto veloce, sono la distanza che ci separa dal mare”). Un terra mai nominata ma che è fonte della vita e della storia di Nur stessa: la Sardegna. Una terra ora affascinante e protettiva, ora violenta e repulsiva.

Non a caso Nonna Dora ammonisce sempre il protagonista ad aver paura di tre cose: sole, vento e pietre (“Invece le pietre sono pietre e basta. La stessa parola Nur vuol dire pietra preziosa”). Tre elementi caratteristici della Sardegna. Il sole, caldo e forte, simbolo di mare e bella stagione quanto di siccità e carestie. La roccia, elemento delle sue coste e simbolo di una terra amara e restia a dare i suoi frutti. E poi il vento, il maestrale che spira a oltre 100 km/h e piega alla sua volontà gli alberi e gli spiriti, fonte di vita come di morte. Elementi di una battaglia tanto antica quanto contemporanea.

La Sardegna è quindi la terra che fa da sfondo all’immaginaria Nur. Una terra più volte richiamata sul piano mitologico ma anche linguistico (l’utilizzo di termini del dialetto sardo campidanese), eppure mai tirata in causa veramente (se si esclude il richiamo a una cittadina realmente esistente). Una presenza volutamente nascosta eppure ingombrante, che sembra rappresentare la condizione esistenziale di trovarsi a convivere in un eterno confronto tra ciò che si ha o si lascia e ciò che si trova o si vorrebbe trovare.

 

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L’autore Mauro Tetti

 

Gli abitanti di Nur, siano essi reali o figli del mito, della fiaba e del folklore, si dimostrano piccoli nella loro immaginaria o ostentata grandezza. Bramano la ricchezza conducendo vite mediocri se non misere (i cercatori di ricchezza del capitolo Dell’Oro); si mascherano d’orgoglio e fierezza tacendo le proprie naturali paure (Nonno Eliseo); lottano e soccombono vittime del pregiudizio e delle malelingue (Lucia Rabbiosa); si redimono ma hanno paura di mostrarlo; e infine c’è chi crede nella magia di un sentimento anche quando si scontra con la disillusione della realtà.

Un “bestiario” umano che si rifà a un provincialismo declinato verso la sconfitta della vita, la credulità popolana e l’ingenuità (“A de notti. Ci sono luci al neon cupe e decadenti. I paesi del futuro sono fatti così. Luci al neon che invitano a far sfoggio di nacchere e stivaletti. I cani, di fronte alla casa della fratellanza, fanno la fila per un brodo“).

Una provincia violenta e lontana da un possibile risorgimento, dove sono altre, più che il vento, il sole e le pietre, le cose su cui Nonna Dora dovrebbe mettere in guardia. Ma lei fa parte di un’altra generazione. La sua saggia paura si tramuta in insegnamento, e se non riesce a fermare la speranza del giovane protagonista nel cercare di rendere felice Giana, l’innamorata sua, influenza la visione dei meccanismi che muovono (e hanno mosso) Nur, velandola di una costante inquietudine.

È come se di ogni personaggio vedessimo una versione rovesciata, come se non ci fossero buoni o cattivi, ma vittime e artefici di un destino voluto dal luogo in cui si vive oltre che da una propria volontà. Una condizione esistenziale che spesso si ritrova, come si diceva prima, in chi vive in un’isola. Un gioco di contrasti che prende forma nella volontà di abbattere dei limiti naturali imposti e al contempo usarli come forma di protezione e sguardo sul mondo. È così?

MT: Lo è, almeno in parte. Credo nei confini naturali delle isole ma non credo sia totalmente loro la responsabilità degli isolamenti. Peraltro quei confini non sono mai stati un limite per i popoli invasori. Personalmente li sento come un dono prezioso; e i confini da abbattere, quelli sono d’altro tipo.

Alcune persone tendono a considerare il luogo in cui vivono, specie se in provincia, come l’unico mondo possibile. E l’isola è uno di quei mondi. Altri invece, pur provenendo dalla stessa regione, non riescono a colmare il loro desiderio di ricerca.

Gli abitanti di Nur non hanno nessuna voglia di spostarsi (si muovono leggeri ma senza mai essersi mossi), immaginano che oltre gli orizzonti vi siano città antiche e bellissime (se è giusto usare un aggettivo tanto prevedibile per le città, adatto a mala pena per qualificare i libri); immaginano genti diverse oltre la linea del mare, luoghi misteriosi da cui giungono mercanti e marinai, ma non hanno nessuna intenzione di scoprire se tutto questo esiste realmente, se c’è qualcosa al di là dell’isola-mondo.

Per alcuni di loro l’unica ragione di vita sono i tesori nascosti sul fondo di un canale o nel culo di un mulo, i tesori della leggenda; o ancora peggio le telenovele sul quarto canale. Così il paese di Nur, per come lo avevo pensato, con le sue persone immaginate e i loro atteggiamenti, non è più solamente il paese di un’isola, ma prima di tutto un paese di provincia.

 

“Alcune persone tendono a considerare il luogo in cui vivono, specie se in provincia, come l’unico mondo possibile. E l’isola è uno di quei mondi. Altri invece, pur provenendo dalla stessa regione, non riescono a colmare il loro desiderio di ricerca.”

 

A pietre rovesciate è un gran bel libro

Non perfetto, perché spesso si fa fatica a trovare un filo conduttore tra le varie parti e si ha la sensazione che manchi un quadro d’insieme, ci si sente spaesati in un tragitto sconnesso e privo di continuità, in un continuo rimbalzo tra sogno e veglia, mito e realtà.

Non facile, perché la scelta stilistica, per quanto vada a braccetto con la storia narrata e sia essa stessa storia, è dura da penetrare, ostica, scorbutica e poco propensa a facilitare la comunicazione, come avesse paura di essere scoperta e messa a nudo. Chiusa dentro Nur.

La scrittura di Tetti ricorda, e qui azzardo, i testi del giovane cantautore italiano Vasco Brondi (su RV ne abbiamo parlato qui), sebbene le province raccontate o evocate siano diverse e le emozioni suscitate altre.

Non voglio dire che scrivete allo stesso modo, eppure vi accomuna quella particolarità di associare elementi diametralmente opposti che stridono tra loro. Penso ai giovani protagonisti sui tetti che inseguono ombre sole e sogni mentre respirano l’amianto delle coperture, o la decadenza della periferia di Nur opposta agli elementi sacri che circondano la zona. Cosa ne pensi?

MT: Semplicemente mi attraggono contrasti e simmetrie, almeno credo: sia nelle immagini rovesciate, dove gli stormi diventano branchi di mante, e viceversa, col cielo speculare al mare; o a livello linguistico nell’uso contrastante di turpiloquio e parole dolciastre a distanza ravvicinata.

L’inserimento di apparecchi elettronici nella fiaba è venuto fuori spontaneamente in seguito a delle letture fiabesche fatte in biblioteca ai bambini, e in queste fiabe avevo sostituito i forzieri d’oro con playstation e televisori: loro apprezzavano molto. Così ho continuato inserendo i tetti in eternit vicino alle torri di pietra, eccetera.
Detto questo, chi è Vasco Brondi? Ma grazie comunque per avermene parlato. A volte mi sembra pure di sapere qualcosa, ma poi non so niente e faccio finta.

 

A pietre rovesciate è un libro pregno di forza narrativa, di senso e significato.

Mauro Tetti si dimostra un autore capace e consapevole di padroneggiare la propria scrittura in modo tale da rendere vivo, concreto e credibile ciò che racconta. Pur nella sua impenetrabilità.