L’ARTE DEI GUGGENHEIM TORNA A FIRENZE: DA KANDINSKY A POLLOCK

di Dario Baldi

«L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro.»
Vassily Kandinsky

 

Peggy Guggenheim, nipote del più celebre Solomon, è stata una ricca mecenate americana che ha incoraggiato il diffondersi dell’arte moderna, circondandosi dei migliori talenti del Novecento. Nel febbraio 1949 Peggy decide di mostrare la sua collezione – che troverà poi a Venezia la definitiva collocazione – a Palazzo Strozzi a Firenze, inaugurando gli spazi della Strozzina.
In questo stesso luogo, a distanza di 67 anni, è ospitata la mostra “Da Kandinsky a Pollock, la grande arte dei Guggenheim”; oltre cento opere di arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta fruibili sino al 24 luglio 2016.

 

Kandinsky - Curva dominante

Kandinsky – Curva dominante

 

Il percorso espositivo si apre con una sala in cui la Curva dominante (1936) di Vassily Kandinsky – il grande protagonista dell’astrattismo che per primo prese congedo dall’arte figurativa – traccia un percorso teso a una continua ricerca del colore e degli spazi cromatici. La Composizione XI (1918) di Theo Van Doesburg è un chiaro richiamo alle forme dettate da Mondrian, mentre due sculture rappresentano la direzione intrapresa dalla quarta arte: le forme affusolate della Donna che cammina (1936) di Giacometti sono una strizzata d’occhio all’arte africana, Uccello nello spazio (1932/1940) di Brancusi è invece debitore della lezione futurista.

L’opera Il bacio (1927) di Max Ernst è una tela atipica per il maestro tedesco; usata come immagine copertina della mostra alla Strozzina del 1949, è un simbolo dell’arte surrealista che deve il suo immaginario alle figure di Mirò.

Vi sono due ritratti che prendono direzione contigue. Verso l’alto (1929) di Kandinsky è un altro esempio d’astrattismo, Ritratto di Frau P. nel Sud (1924) di Paul Klee è una figura essenziale ridotta a semplici linee e campiture colorate.
Discorso a parte merita L’aurora (1937) di Paul Delvaux, vero esempio di surrealismo, in cui quattro ninfe con le gambe mutate in tronchi conversano davanti a uno specchio, mentre sullo sfondo si intravedono un uomo e una donna che corrono ad abbracciarsi sotto un colonnato. L’immagine centrale è riconducibile a Dalì, lo sfondo è in pieno stile dechirichiano.

 

Pollock - Sentieri ondulati

Pollock – Sentieri ondulati

 

Ci si sposta poi nella seconda sala che ospita il cubismo di Picasso. Il Sogno e la Menzogna di Franco (1937) sono disegni preparatori per la famosa Guernica, il Busto di un uomo in maglia a righe (1939) è presumibilmente un autoritratto del genio di Malaga.
C’è poi la Scatola in una valigia (1941) di Marcel Duchamp, una curiosa valigetta di Louis Vuitton che raccoglie 61 riproduzioni del padre del dadaismo.
Impossibile poi non prestare attenzione all’opera Jamais (1944) di Clyfford Still, in cui un arbusto seccato dal sole evoca – nello stile dell’espressionismo astratto – i colori e la pennellata del grande Van Gogh.

 

Vi è poi una sala dedicata interamente a Jackson Pollock, il grande maestro dell’action painting.

La donna luna (1942) mostra l’iniziale interesse dell’artista americano per i giganti europei – Mirò e Picasso su tutti –, Due (1943/1945) è un quadro pervaso da un primitivismo che contagerà, quattro decadi più avanti, i lavori di Basquiat.

Due tele di grande formato, Sentieri ondulati (1947) e Foresta incantata (1947), rappresentano il raggiungimento della sua piena maturità artistica: la psicanalisi junghiana e la catarsi del gesto – ben più importante del prodotto finito – sono il senso profondo che nobilita la tecnica del dripping:un modo di dipingere in cui il colore viene fatto sgocciolare sulle tele.

 

Rothko - No. 18

Rothko – No. 18

 

La quarta sala presenta le opere di Willem de Kooning, portabandiera di un espressionismo astratto nudo e crudo. La sua Composizione (1955) è una tela di grande formato, che angoscia lo spettatore per la violenza del colore. Nudo – Donna sulla Spiaggia (1963) ha invece una matrice realista che è riconoscibile nonostante l’informale appaia assoluto.

Una piccola sala attigua contiene le opere con cui Peggy arredava la sua casa; si scopre che nella propria camera da letto a Venezia teneva lo Studio per scimpanzé (1957) di Francis Bacon. Il quadro denuncia l’interesse del genio di Dublino per lo studio del movimento, con una sgargiante monocromia del fondo che crea un contrasto deciso.

La quinta sala – dedicata agli artisti europei del dopoguerra – è dominata dall’opera Bianco B (1965) di Alberto Burri: plastica, acrilico e vinavil sono bruciati, col famoso procedimento chiamato combustione, su cellotex (un materiale industriale formato da un impasto di segatura e colla) dando un originale contributo alla poetica informale.

Più canonico è invece il quadro Immagine nel Tempo (Sbarramento) (1951) di Emilio Vedova, in cui l’informale diventa un mezzo di rivolta e dissenso politico.

Non potevano poi mancare due Concetti Spaziali di Lucio Fontana, L’Inferno e Il Paradiso entrambi datati 1956, a metà tra pittura e scultura.

Trova spazio anche l’Art Brut di Jean Dubuffet; Scala VII (1967) è il tipico lavoro spontaneo e immediato affine alla poetica infantile.

 

Lichtenstein - Preparativi

Lichtenstein – Preparativi

 

La settima sala è dedicata agli artisti della corrente color field; Miscuglio di Grigio (1968/1969) di Frank Stella e Canal (1963) di Helen Frankenthaler sono opere memori della ricerca di Kandinsky sull’accostamento dei colori.
Appese al soffitto ci sono invece le sculture di arte cinetica – chiamate mobile – di Alexander Calder, tra le quali spicca Luna Gialla (1966) composta da lamiere dipinte, aste metalliche e fili d’acciaio.

L’ottava sala è interamente dedicata ai lavori di Mark Rothko. Suggestiva e azzeccata è la scelta di collocare i suoi quadri in una stanza buia, con piccole luci atte a illuminare le singole opere. Vengono messi in risalto i colori, che sono il leitmotiv del grande maestro dell’espressionismo astratto: pennellate decise e scelte cromatiche intense rivestono le tele di pura luce, la stessa luce che disvela la ricerca spirituale di Rothko.
Si passa da N.18 (Nero, Arancio su granata) (1963) e Senza titolo (Rosso) (1968), entrambi contraddistinti da toni accesi, a Senza titolo (Nero su grigio) (1969/1970) che simboleggia invece la depressione che ammorberà la vita dell’artista americano fino alla tragica fine.

Nella nona e ultima sala è infine presente l’opera di Roy Lichtenstein, Preparativi (1968), realizzata con la tecnica della retinatura e dello zoom su tre enormi tele. In pieno stile pop art viene mostrata una forte denuncia nei confronti della società di massa e della guerra in Vietnam.

E’ l’inizio di una nuova era: gli anni sessanta sanciscono la fine di action painting, espressionismo astratto e color field. Pop art e minimalismo furono una ribellione verso ciò che questi movimenti avevano generato.