LA MAGNIFICA OSSESSIONE DEI FRATELLI DE CHIRICO: LES ITALIENS DE PARIS

di Dario Baldi

Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l’attimo antico che l’attrazione d’un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Marcel Proust

La mosta De Chirico, Savinio e Les Italiens de Paris (Lucca, Center of Contemporary Art, fino al 14/2/2016) è allestita in otto sale espositive divise su due piani, all’interno di Palazzo Boccella, sito nel centro storico della città.

L’intento dei curatori è stato quello di riunire le opere fondamentali del famoso gruppo di artisti che, dal 1928 al 1933, si è fatto conoscere sotto il nome di “Les Italiens de Paris”: sulla scia artistica che deliziava la capitale francese con le opere dei grandi avanguardisti europei (Picasso su tutti), un gruppo di sette italiani si riunì per esporre nei musei e per condividere ideali estetici, filosofici ed esistenziali. L’obiettivo del movimento era quello del ritorno all’ordine: venne riproposta la centralità della tradizione, del classicismo e della fedeltà figurativa.

 

de Chirico - Le Muse Inquietanti

de Chirico – Le Muse Inquietanti

 

La qualità delle opere esposte è assoluta. Stupisce come tanti capolavori siano dati in pasto al pubblico tutti assieme, in perfetta soluzione di gusto e di continuità artistica. I quadri risaltano grazie alle sale del museo pensate per essere contenitori dalle pareti bianche, scatole asettiche che pongono in primo piano i colori delle tele.

Entrando nella sala principale, al primo piano, si rimane impietriti alla vista di due opere di grande formato poste agli estremi della stanza: da una parte Apollo (1931) di Alberto Savinio, dall’altra Le Muse Inquietanti (1950) di Giorgio de Chirico. Qui c’è subito lo snodo fondamentale del percorso espositivo, si tocca l’acme della narrazione.

Il quadro di de Chirico è uno dei più famosi: in primo piano due statue, una greca e una dalla forma indecifrabile, attorniate da vari oggetti. I loro volti sono teste di manichini da sartoria. Poggiano su una superficie avente gli assi convergenti verso uno sfondo nel quale appaiono il Castello Estense di Ferrara e le ciminiere di una fabbrica. L’artista crea una dimensione immaginaria, irreale, un tempo senza tempo, sospeso nell’attesa: la metafisica.

 

de Chirico - Gli Archeologi

de Chirico – Gli Archeologi

 

La concezione artistica di de Chirico si basa su una forte dicotomia, quella tra spazi immaginari e civiltà classica, quest’ultima ben riconoscibile nei templi greci di Due Cavalli sulla Spiaggia (1929), nella statua de Il Fiolosofo (1924) e nelle rovine greche che deturpano i corpi di due enigmatiche figure negli Archeologi (1961). L’altro tema ricorrente nella sua produzione è quello del viaggio, proposto nella visione di spiagge dal cui partono spesso velieri, e dal simbolismo del cavallo, animale dechirichiano per eccellenza. In Cavallo e Zebra (1929/30) e in Cavalli Antichi (1958) questi animali sono resi in tutta la loro agilità e potenza, addolciti però da un’espressione mite e indifesa e attorniati dalle rovine di una civiltà ellenica che è solo un lontano ricordo, capace di sfociare in una malinconia struggente che ritorna sempre nella sua produzione. Un interminabile tentativo di riconquistare il tempo perduto.

Il quadro di Savinio (nome d’arte di Andrea de Chirico, fratello minore del grande Giorgio) è un suo classico: una figura mitologica completamente deformata. I muscoli sono gonfi, il corpo sbuca da un capitello e la testa è quella di uno struzzo. Le sue dismorfie sono un segno evidente del disagio intellettuale che accompagnerà Savinio per tutta la vita, e che sfocerà in un surrealismo (simile a quello di Max Ernst, che era però improntato a una visione freudiana) immerso nella dimensione metafisica concepita dal fratello. In La Navire Perdu (1928), da un cumulo di oggetti multicolore simili a giocattoli si alzano delle vele grigie e tetre. Il complesso ha le sembianze di un’imbarcazione alla deriva in cui il simbolismo degli oggetti, di colori vivi e sgargianti, si frappone a quello inquietante del vascello marcio e lugubre. L’innocenza dei giocattoli rappresenta un’infanzia finita, un nuovo tempo perduto che ha radici nell’animo malinconico suo e del fratello. In Prometeo (1929) quelli che prima erano giocattoli ora si trasformano in saette, grovigli informi che scoppiano in un cielo osservato da un’altra figura mitologica, anch’essa soggetta al mutamento imposto dall’artista.

 

de Chirico - Cavallo e Zebra

de Chirico – Cavallo e Zebra

 

La tela Papera (1930/31) arricchisce il bestiario saviniano, proponendo la figura di una donna ritratta con la testa di una papera, che sbeffeggia il ricordo di una famiglia – quella dei de Chirico – nobile, colta, agiata, ma colpevolmente borghese.

Lo spazio del primo piano è completato con opere di un altro degli “Italiens”: Gino Severini. Natura Morta Astratta (1960), Le Chat et le Poisson (1948) e la Salita al Calvario (1932/33) testimoniano il fervore cubo-futurista del genio di Cortona, che apporta il suo contributo al tema del ritorno all’ordine imposto dal gruppo.

C’è spazio anche per un carboncino su carta del grande ispiratore del movimento: Donna con Cappello (1914/19) di Amedeo Modigliani è un lampante esempio di forme che tornano a essere vicine a un’arte figurativa lontana dal cubismo.

Nella sala principale del secondo piano le due opere poste in rilievo sono le Donne al Telaio (1950) di Massimo Campigli e il Nudo (1925) di Mario Tozzi.

L’opera di Campigli eredita gli stilemi dell’arte etrusca, quella di Tozzi – insieme a Finestra su Saint-Germain-des-Prés (1927) – è molto vicina al realismo magico, caratterizzata cioè da una minuziosa resa dei dettagli che suscita un effetto straniante.

 

Savinio - Le Navire Perdu

Savinio – Le Navire Perdu

 

Sono presenti anche qui opere di Savinio: in L’Abandonné (1929) e in L’Isola Approdata (1950) tornano le evocative figure degli oggetti vivi persi in ambienti riluttanti, nel Mondo Ideale, Quadro IV (1951) una massa informe e magmatica evoca riferimenti scientifici (fisica e biologia erano due fra i tanti interessi di questo genio cosmopolita).

Anche nel quadro di Renato Paresce Architettura, Figura e Veliero (1932) si riconoscono i motivi di appartenenza al gruppo: gli archi, la silhouette della figura e il veliero, rimandano ai topos dechirichiani delle architetture, dei manichini e del viaggio.

Si possono infine ammirare i quadri del settimo e ultimo esponente del movimento: Filippo de Pisis. I suoi Hommage à Morandi (1937) e Natura Morta con Pesci (1942) sono due chiari omaggi. Il primo alle celebri nature morte di Giorgio Morandi, il secondo ai Pesci Sacri di de Chirico. La sua è una rivisitazione dello stile impressionista – ebbe come modelli di studio Manet e Matisse – che raggiunge vette di delicatezza con Venezia (1945) e Il Ragazzo con Cocò (1941), opere intrise di una penetrante nostalgia che alimentava la sua vita tormentata e dedicata interamente all’indagine intellettuale.

 

De Pisis - Hommage à Morandi

De Pisis – Hommage à Morandi

 

Il fil rouge che unisce le opere degli “Italiens è senz’altro quello della ricerca proustiana di un tempo perduto, con i punti di partenza e di arrivo che sono celati nei volti ritratti da Modigliani: i loro sguardi assenti e malinconici rivelano un eterno ritorno al passato.

 

Le foto panoramiche sono di Claudio Matulli