LA LUCE DELLA MORTE E L’OMBRA DELLA VITA: PERCHÉ VEDERE LA MOSTRA DI CAPA È UN DOVERE MORALE

«Ѐ stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo. Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto».

 

Se qualcuno avesse avuto dubbi sulla naturale equazione che lega indissolubilmente l’irrequietezza di Robert Capa alla fortuna della sua grande sensibilità di fotogiornalista, un tipino come Ernest Hemingway, scrittore vagamente interessato al tema della vita come a quello della morte, può ancora oggi aiutarlo a schiarirsi le idee.

 

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E poco importa se la più celebre foto di Robert Capa, il Miliziano colpito a morte scattata durante la Guerra Civile Spagnola sia “veramente” solo un’attribuzione a Capa di uno scatto compiuto da una sua giovanissima assistente: se passi la vita sui fronti di guerra, e dopo Spagna, Tunisia, Italia, Normandia, Francia, Germania, Giappone trovi la morte su una mina antiuomo in Vietnam ad appena 40 anni, allora, qualcosa da dire in fatto di spericolatezza ce l’avrai.

 

Ma che valore ha la vita per un reporter di guerra? E a che cosa gli serve la paura quando è al fronte che sta cambiando un obiettivo? Che luce bisogna dare alle ombre della morte?

A San Gimignano, fino al 10 luglio di quest’anno, c’è una mostra che chiunque si sia fatto queste e altre domande del genere dovrebbe avere il dovere morale di andare a vedere: “Robert Capa in Italia: 1943-1944”. I 78 scatti in bianco e nero estratti dalla serie Robert Capa Master Selection III, conservata a Budapest e composta da 937 fotografie scattate da Capa in 23 paesi di 4 continenti, raccontano l’avanzata dell’esercito americano sulla penisola dallo sbarco in Sicilia fino a quello di Anzio, preludio – seppur lungo e angoscioso – della Liberazione di Roma.

 

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Nelle fotografie esposte all’interno Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea c’è buona parte, se non tutto, di ciò che bisogna vedere dell’uomo che vive il momento bellico: lo strazio per una perdita, la sofferenza per un ferito, il pasto di un soldato, lo sguardo perso e rassegnato di un prigioniero, la gioia della libertà ritrovata, un panorama tranquillo al di là del nemico.

 

Oggi, naturalmente, il fotogiornalismo vive e si nutre di tecnologia. Anche, e soprattutto, quello che si fa nelle zone di conflitto. Se si è fortunati, una foto può essere scattata e mandata in un minuto. Quando Robert Capa, nome d’arte di Endre Ernő Friedmann, passeggiava fianco a fianco dei soldati Alleati con in mano la sua Leika, ci volevano un pochino più di tempo e pazienza, per usare un eufemismo.

 

E allora ci permettiamo di dire che le sue foto valgono doppio: in un mestiere dove il primato tecnologico la fa sempre più da padrone, coniugare cronaca e arte per restituire a eterna memoria la storia umana della seconda guerra mondiale non è stato solo il frutto della tenacia, del coraggio e della tecnica di un grande fotografo, ma è stato anche il risultato di un modo di vivere e fare giornalismo che oggi deve essere d’esempio per tutti coloro che intendono fare vera storiografia dell’esistente.

 

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Il fatto non deve, sebbene possa sempre in potenza, essere slegato dalla sua rappresentazione. Nel tempo in cui viviamo un’immagine può godere di tutti i ritocchi possibili, anche in grado di stravolgerne il senso. Robert Capa questi strumenti se li sognava e, al massimo, poteva realizzare scatti in posa che, per quanto “ricostruzioni”, non vedevano inficiata la loro capacità di rappresentazione della realtà. Non erano pose di fantasia, quelle cose succedevano davvero. Il suo credo, «se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino», è quanto di più onesto il fotografo ungherese, controverso per molti aspetti, ci abbia lasciato.

 

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Disporre della rappresentazione più immediatamente vicina all’accadimento di un fatto, oggi più di ieri, è importante. Se Photoshop non basta, vuol dire che prima non sei stato abbastanza bravo. Meglio detto, è inutile avere un teleobiettivo se poi non si sente l’odore di ciò che si sta immortalando.

 

Una forte luce di mezzogiorno si proietta sul cadavere di un soldato tedesco sul molo di Anzio nel gennaio del 1944, mentre una bambina sfuocata, nello stesso anno, si fa portare al sicuro dalle parti di Cassino sulle spalle forti di un soldato americano. La morte sembra luminosa e in contrapposizione a una vita piena di ombre e punti oscuri. Ma non è così. È solo il bianco e nero unito alla vicinanza fisica e mentale degli accadimenti.

 

E Robert Capa, lo sregolato Robert Capa amante del desiderio, il passionale, il comunista, alle cose che accadono c’è stato molto vicino. Guardare cosa ha visto per capire come lo ha visto non sarà solo un piacere, ma un dovere per chi aspira a raccontare la realtà con un minimo di coscienza.

 

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“ROBERT CAPA IN ITALIA: 1943-1944”  

GALLERIA D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA DI SAN GIMIGNANO (SIENA)

5 MARZO-10 LUGLIO 2016

PREZZO SINGOLO BIGLIETTO 7.50 €