GRAPHIC JOURNALISM PT2 | JGUY DELISLE

Guy Delisle

 

Guy Delisle, professionista dell’animazione e del fumetto, è, alla pari di Sacco, tra i più acclamati esponenti del Graphic Journalism, sebbene le sue opere non nascano con lo scopo di fare giornalismo. Quelli dell’autore franco-canadese sono diari di viaggio personali, ma la sua capacità d’osservazione e l’ampio respiro sociale che caratterizza le sue opere, fa sì che questi lavori non abbiano nulla da invidiare a un vero e proprio reportage.

Guy Delisle non va in cerca di storie, ma ciò che racconta è la sua storia, le sue trasferte, legate a motivi di lavoro o familiari, in diversi angoli del mondo: dalla Cina (Shenzen) a Gerusalemme (Cronache di Gerusalemme), passando per la Corea del Nord (Pyongyang) e la Birmania (Cronache birmane). È uno straniero in terra straniera.Costretto a convivere con usi e costumi lontani dai suoi, cerca di comprendere la società che lo ospita, ma non lo fa con gli strumenti di un giornalista bensì con lo sguardo di un turista un po’ impiccione e critico, che non si accontenta di ammirare le “stranezze” locali, ma scava oltre, per dare un senso a tutto ciò che lo circonda. Non sempre ci riesce, ma nel farlo fornisce al lettore una marea di informazioni tali che, alla fine, ci si dimentica il motivo per cui l’autore si trova lì, ma si è consapevoli di aver scoperto qualcosa in più su un mondo lontano e diverso. I suoi occhi diventano per noi finestre su realtà complesse e distanti.

 

Delisle si ritrae davanti il Monumento al Partito dei Lavoratori

Pyongyang è l’opera più famosa e interessante di Delisle, probabilmente perché ci racconta una città metafora di una nazione inaccessibile agli occidentali. L’autore passa due mesi nella capitale della Corea del Nord, come supervisore di uno studio di animazione che lavora in appalto per uno studio di animazione francese. Pratica, come ci spiega Delisle, molto usata tra gli studi d’animazione occidentale.

“L’aereo che due volte la settimana porta i rari viaggiatori da Pechino a Pyongyang è una macchina del tempo. Uno lascia la Cina di oggi e in un’ora e tre quarti si trova catapultato nel 1984. La Corea del Nord è l’incubo della società totalitaria di Orwell fatto realtà.”

 

 

Così Tiziano Terzani apriva un articolo sul suo viaggio in Corea del Nord. Era il 1980, ma leggendo Pyongyang, scritto oltre vent’anni dopo, vediamo che la situazione nel paese asiatico non è cambiata, e non a caso al nostro fumettista, al suo arrivo nella capitale, viene trovata in valigia una copia del libro di Orwell. Espediente narrativo forse, ma azzeccato. L’atmosfera che si respira è da subito surreale e fantascientifica: telefoni cellulari vietati, tappa obbligatoria per depositare fiori alla statua di Kim Il Sung, spostamenti consentiti solo con interprete e/o guida, edifici megalomani e hotel deserti quanto le autostrade, metropolitane concepite come rifugi antiatomici, propaganda, foto di Kim e figlio appese in ogni parete di ogni stanza di ogni edificio della città, e del Paese.

 

Pyongyangmini
Come ci mostra l’autore, con la sua immancabile ironia, in un posto così anche bere una coca cola ti fa sentire un dissidente. Delisle cercherà più volte di liberarsi della sua guida, senza successo, e le poche volte che ci riuscirà scoprirà che questa veniva comunque a conoscenza dei suoi spostamenti. L’autore pone costantemente domande, provoca i suoi interlocutori, ma questi non instaureranno mai un rapporto sincero con lui, svincolando le sue richieste e rispondendo con frasi fatte. Sarà sempre visto come “lo straniero”, e lo obbligheranno a compiere gite presso monumenti che venerano il Kimilsunghismo, unica fede di una nazione che vive isolata dal mondo e controlla con occhio vigile ogni suo abitante, e ancor più ogni suo ospite occidentale, potenziale sobillatore di un regime il cui astio verso gli americani non frena nemmeno davanti all’enorme necessità di aiuti umanitari di cui la Corea del Nord ha bisogno.

Questo continuo scontro culturale, assieme alle scappatelle che l’autore compie con i pochi stranieri che incontra lì, membri di ONG o lavoratori come lui, contribuisce a tracciare il ritratto di una nazione che, per dirla ancora con le parole di Terzani: “sembra vivere un caso di follia collettiva”. Il tratto del disegno di Delisle è stilizzato (sebbene non manchino belle raffigurazioni degli imponenti monumenti della capitale) e spesso ironico, e riflette il suo modo di narrare le vicende.

 

Delisle arriva a PyongYang

 

La differenza che possiamo notare con le opere di Sacco sta nella figura che i due autori si ritagliano all’interno delle storie. Entrambi si ritraggono nelle tavole, ma con ruoli differenti. Sacco è la nostra guida nei luoghi che visita, ma non è il protagonista, è un mediatore, e quando necessario lascia il palco a chi ha più voce in capitolo di lui per narrare una vicenda. Delisle è invece il protagonista unico, è presente in ogni tavola, e ciò che narra è tutto ciò che accade attorno, e in relazione, a lui. Sotto questo aspetto il lavoro di Sacco è puramente giornalistico, mentre quello di Delisle no, tuttavia l’occhio critico dell’autore franco-canadese riesce ad arrivare dove deve arrivare l’occhio di un giornalista, e la sua capacità di trasformare un’esperienza personale nel ritratto di una società, fa delle sue opere dei bellissimi reportage di Graphic Journalism.

 

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