GRAPHIC JOURNALISM PT1 | JOE SACCO

Tra i tanti media di cui il giornalismo si avvale per fare informazione vi è anche il fumetto. La commistione tra i due generi viene definita Graphic Journalism, o “Giornalismo a fumetti. La dicitura italiana sarebbe più corretta (e traducibile in Comic Journalism), in quanto il termine di origine americana indica il giornalismo grafico, ovvero illustrato, e non il fumetto.

Concetti differenti, ma è ormai uso comune, quando si parla di Graphic Journalism, riferirsi all’uso del fumetto come mezzo per la diffusione di contenuti giornalistici: inchieste, reportage, interviste, ricostruzioni storiche etc.

Il fumetto ha da sempre accompagnato il giornalismo sin dai suoi albori, tra strisce e vignette di satirica politica e sociale, ancora oggi in vita, e disegni che raffiguravano il contenuto di un articolo, soppiantati poi dalla fotografia. Nell’accezione che se ne da oggi, nasce ufficialmente nei primi anni 90 con l’opera Palestina, di Joe Sacco. Come già avvenne con le opere di Capote e Mailer, che aprirono le porte del giornalismo alla letteratura (o viceversa), dando vita al New Journalism, lo stesso è avvenuto con l’opera di Sacco nei confronti del fumetto. Da quel momento in poi sempre più autori e giornalisti si sono appoggiati a questo media per raccontare la realtà, chi seguendo la strada di Sacco, e chi, volontariamente o meno, battendo e creando altre strade: dai diario di viaggio, alla ricostruzione storica, sino alle biografie romanzate.

Riassumeremo, in una serie di articoli, le principali opere che hanno caratterizzato questo genere. Sia chiaro che non si vuole (e non si può) essere esaustivi sul tema, data l’estrema ibridazione delle opere, e la visione che si può dare alla funzione del giornalismo, o del giornalista.

 

Joe Sacco: Palestina, una nazione occupata; Goradze, area protetta

Le opere di Sacco sono le più famose e lette sul genere. Rappresentano al meglio il concetto dell’uso del fumetto come mezzo per realizzare un reportage giornalistico. Lo stesso Sacco ci dice:

“Il mio tentativo è quello di portare la mia formazione giornalistica nella produzione di fumetti […] si dà il caso che queste siano le mie due passioni.”

joe-sacco-palestina

 

Palestina è la prima opera in cui fonde queste due passioni. Pubblicata a puntate nel 1994, vincitrice dell’American Book Award nel 1996, e raccolta in unico volume nel 2001, racconta i due mesi, fra il 1991/92, passati dall’autore tra la Cisgiordania, Gerusalemme e la striscia di Gaza.

Un viaggio nato con l’intento di comprendere meglio il conflitto israelo-palestinese, diverrà un racconto che darà voce ai drammi della vita di migliaia di palestinesi che, quotidianamente, vivono tra manifestazioni, scontri con le forze armate israeliane, coprifuoco, visti per spostarsi, carcere, campi profughi privi di corrente elettrica etc. Il punto di vista preso dall’autore è quello della causa palestinese (siamo alla fine della prima intifada). Manca uno sguardo obiettivo sui fatti, ma Sacco non si nasconde dietro la retorica del “mi schiero col più debole”, lui va lì per cercare di capire, e senza appoggiarsi a quella o quell’altra fazione, sceglie di raccontare la vita di chi è vittima di un conflitto senza buoni o cattivi, perdenti o vincenti. Questa sua onestà ripaga il lettore, e fa di lui un reporter, se non obiettivo, onesto. Cosa fa dell’opera un perfetto reportage a fumetti? Sacco è un giornalista, e come tale lavora.

I suoi strumenti sono: un quaderno di appunti, un registratore, una macchina fotografica, e tanti contatti. Lui stesso, nell’opera, si raffigura come giornalista e non come turista. In diverse tavole lo osserviamo spostarsi di posto in posto per raggiungere qualcuno da intervistare, in altre lo vediamo seduto a parlare con il taccuino in mano, per buona parte del reportage avrà un amico fotografo appresso. Tutti i racconti sono le testimonianze delle persone che incontra. Sacco si documenta, raccoglie una mole di appunti, fa interviste e foto. Il suo approccio è forse quello di un documentarista, ma quando torna a casa, invece di montare il video disegna tavole. E questo non fa del suo lavoro qualcosa di inferiore, al contrario. L’opera è complessa, ricca di informazioni sparse tra vignette e didascalie, che cercano di tracciare un quadro storico-politico della situazione israelo-palestinese, esauriente almeno per comprendere gli eventi descritti.

 

Goradze area protetta

 

Lo stesso metodo viene usato per la successiva opera: Goradze, area protetta. Sacco, tra il 1995 e il 1996, si reca nella città bosniaca (da cui il titolo dell’opera) per quattro settimane, e utilizza questo microcosmo per raccontare la Guerra dei Balcani avvenuta tra il 1992 e il 1995. L’opera, sotto certi aspetti, risulta più matura rispetto a Palestina, ma forse più pesante da digerire. Il punto di vista è sempre quello degli oppressi, delle vittime involontarie di una guerra trasformatasi presto in una carneficina fuori controllo. Goradze è una cittadina bosniaca che sorge sulla Drina, vicino al confine con la Serbia. Prima dello scoppio della guerra ospitava comunità musulmane e serbe che convivevano pacificamente, dopodiché si è trasformata nell’ultima enclave musulmana all’interno dei territori occupati dai serbi. Circondata da questi, e sotto l’incessante fuoco di carri armati e cecchini, i cittadini hanno vissuto tra il terrore di essere massacrati da un momento all’altro, la paura di essere barattati in un trattato di pace, lo stupore per l’incapacità dell’Onu e della Nato di aiutarli, e la frustrazione di essere isolati dal mondo (fisicamente e mediaticamente).

Sacco arriva a Goradze nell’autunno del 95, dopo che la città fu liberata dall’intervento della Nato, e poco prima della firma del trattato di pace che sancì la fine della guerra. Evento che vivrà assieme ai cittadini, i quali, durante la sua permanenza, racconteranno al giornalista il modo in cui sono sopravvissuti al genocidio. Le informazioni storico-politiche che Sacco ci fornirà saranno molteplici e dettagliate, dimostrando meticolosità e serietà nell’approccio al tema, e trasformando la sua opera in una lettura impegnativa: l’opposto di ciò che molti si aspettano da un fumetto. Ma lui conosce le potenzialità di questo media, e con uno stile grottesco e ironico riesce pure a farci sorridere, spezzando il dramma degli eventi con scene di vita quotidiana nella Goradze post-guerra.

 

Joe Sacco

 

La leggerezza narrativa, che si pensa passi attraverso il fumetto, viene controbilanciata dall’accuratezza con cui Sacco costruisce i suoi reportage, andando a creare un mezzo in grado di veicolare contenuti difficili e complessi, con la piacevolezza di una lettura spesso associata a qualcosa di leggero, divertente e senza impegno.