FANTASY&OLTRARNO: INTERVISTA A VANNI SANTONI

 

Partiamo da Terra ignota 2 – Le figlie del rito, secondo volume della tua saga fantastica edita da Mondadori.

Il romanzo comincia tre anni dopo il primo. I due libri formano un unico blocco narrativo ma sono pensati anche per poter essere letti singolarmente. T.I.2 è un romanzo più adulto e crudo – i toni da shonen manga decadono assieme alla preadolescenza di Ailis, così come decade parte della dimensione fiabesca. I personaggi sono cresciuti e il mondo è prossimo a terribili sconvolgimenti, c’è meno spazio per il sogno. La lingua è diventata più arcaica. Inoltre è un romanzo molto più violento. Una violenza estetizzata, non da romanzo storico ma, per usare un paragone tratto dai manga, si passa da quella di Dragon Ball a quella di Berserk, per capirsi.

 

Perché andare avanti col fantastico?

T.I. è stato pensato come una saga, perché il fantasy ha bisogno di spazi lunghi, quindi era giusto e inevitabile continuare, in più il primo volume ha avuto riscontri eccellenti. Molti l’hanno definita una trilogia, in realtà è un “2+1”: Terra ignota 1 e 2 formano un unico blocco narrativo, il terzo sarà invece un prequel piuttosto indipendente, dato che avrà per lo più altri personaggi e soprattutto un altro mondo, più onirico. La domanda è quindi“perché fare il fantastico”. La prima risposta è “perché potevo”, ma quella vera è “perché dovevo”: durante l’infanzia e l’adolescenza avevo consumato molto fantasy attraverso vari medium ed era dunque inevitabile “rimetterlo fuori”. È chiaro che per me fare Terra ignota era ed è un gioco (un gioco che ho preso con la massima serietà, dato che il fantasy è uno dei grandi generi della contemporaneità, e penso di aver così detto la mia in merito, in modo adeguato e senza snobberie), rispetto al fare quella che altri chiamano letteratura pura. Pur rifiutando le distinzioni manichee tra i generi, è indubbio che i miei libri, per così dire, realistici hanno richiesto maggior fatica e, soprattutto, più coinvolgimento esistenziale, senza mediazioni e compromessi. Anche se letterariamente mediati e trasfigurati, mostri lati tuoi, delle persone che conosci e del mondo, compresi quelli schifosi e dolorosi. Nel fantasy, ma sarebbe lo stesso con qualunque altro genere avventuroso, la vicenda, l’ambientazione, le scene d’azione, prendono il sopravvento, e una volta conclusa la fase di “world-building”, che è quella più complessa, si tratta di materiale più rilassante da gestire. Anche il lavoro sulla lingua è diverso, bastano un paio di registri, una volta che li hai inquadrati bene, vai avanti con quelli.

 

Terra Ignota Vanni Santoni

 

Quanto calcolo c’era quando hai iniziato col fantasy?

Nessuno. All’inizio credevo di poterlo fare alla bell’e meglio, poi ho capito che c’era la reale opportunità di fare una cosa seria, anche grazie all’intervento di Mondadori. Restava un po’ di timore, perché in Italia c’è grossa difficoltà nel dare peso alla letteratura di genere. Però c’è un cambiamento in atto anche rispetto a questo, i pregiudizi decadono e sempre più autori “letterari” si cimentano col “genere”. Recentemente ho presentato il libro di Filippo Bologna, scrittore letterario che ha fatto un giallo. Giorgio Fontana ha scritto due gialli giudiziari, e con l’ultimo ha pure vinto il Campiello. L’ultimo libro di Nicola Lagioia, che è senz’altro un autore molto letterario, è stato definito da qualcuno come noir.

 

È stato un Tg Mediaset a definirlo così.

Hai ragione, ma non è quello il punto. Vai oltre gli esempi. Che in Italia ci sia un’ibridazione o quantomeno un avvicinamento tra generi letterari è un fatto sempre più riscontrabile.

 

Il mercato come ha recepito Terra Ignota?

Rispetto a quanto si è portati a credere non si scrive fantasy per campare meglio. È una vulgata che non ha riscontro. A fare la differenza può essere l’editore, la distribuzione, la presenza in libreria. Ma non c’è questa differenza incredibile di vendite con il romanzo letterario. Forse più con i gialli, i noir, ma sono convinto che anche lì si guarda sempre ai best-seller e non ai moltissimi titoli che sicuramente se ne stanno in zona 5-10mila copie.

 

Altre pubblicazioni? Cosa hai in cantiere?

A maggio uscirà un nuovo libro per Laterza, dal titolo Muro di casse. È un romanzo ambientato nel mondo dei free party – dei rave e della cultura tekno – dalle forti connotazioni saggistiche, un “saggio in forma di romanzo”. Ha richiesto molta documentazione, alcune parti sono costruite come un finto reportage, basate però su reali testimonianze raccolte da persone vere, che quelle cose le hanno vissute. Ci sarà anche una parte propriamente saggistica, con appendici e interviste. Il genere è ibrido, di difficile collocazione.

Poi c’è un mio testo che uscirà in un’antologia con racconti di autori italiani under-40 edita da minimum fax e curata da Christian Raimo e Alessandro Gazoia (Jumpinshark), dal titolo L’età della febbre. L’operazione è interessante, esce a dieci anni di distanza da un’analoga antologia minimum fax, La qualità dell’aria e come essa ha l’ambizione di raccontare il nostro tempo. Credo che il titolo renda abbastanza l’idea: in un decennio l’indagine si è spostata dalla domanda “è buona l’aria che respiriamo?” alla constatazione che “no, non è buona per un cazzo, anzi fa male”.

 

L’esperienza da direttore di collana per Tunué? Stando all’attenzione dei media, specializzati e non, è un piccolo miracolo.

Dopo la partenza col botto, tra centinaia di recensioni e più ristampe dei primi due titoli (Dettato di Sergio Peter e Stalin+Bianca di Iacopo Barison, di cui sono stati da poco venduti i diritti cinematografici, ndr), sono da poco usciti altri due volumi, Tutti gli altri, esordio narrativo della poetessa Francesca Matteoni e Lo Scuru di Orazio Labbate, uno che crede talmente tanto nella letteratura da essersi tatuato la faccia di Kafka su tutto il petto. Sono due uscite forti, con cui manteniamo l’elevato standard di qualità dei primi due titoli. La quinta uscita sarà L’appartamento di Mario Capello: tra tutti i libri della collana è l’unico a non essere un esordio, e sarà anche un romanzo sorprendente, per la differenza che ha nei toni e nei temi dagli altri quattro, a dimostrazione del fatto che la collana, per quanto cerchi di essere omogenea nella qualità, non mira a esserlo nei contenuti.

 

 

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Parliamo di Firenze oggi. Cosa va, cosa non va.

La situazione è preoccupante su vari fronti. In particolare per l’Oltrarno, temo sia il prossimo quartiere destinato a trasformarsi e perdere l’anima. Sulle cose belle – premesso che parlo del mio campo – si registra l’apertura di due librerie indipendenti, la Todo Modo di via dei Fossi e la Black Spring di via di Camaldoli. Poi, certo,Torino una sega ha lasciato un segno importante nel cosiddetto underground letterario, ma non ha avuto nessun ritorno in termini di politiche culturali. Per la prima volta dopo un secolo Firenze ha una scena letteraria reale, con elementi che si fanno sentire anche a livello nazionale, ma per la politica niente è cambiato. Firenze oggi non ha un assessore alla cultura: per una città che ha la presunzione di avere proprio nella cultura il proprio motivo di orgoglio e sostentamento economico, è una cosa pazzesca. Un segnale non solo tumorale, ma metastatico. E, nota bene, ciò non avviene per mancanza di interesse o riconoscimento di qualità, che c’è pure stato, ma perché ormai sembra esserci una sordità strutturale, una incapacità di intercettare e valorizzare le energie positive anche quando sono autoevidenti. Le biblioteche hanno mostrato una maggiore sensibilità alla situazione, con l’iniziativa adotta uno scrittore, ma anch’essa ovviamente patisce i limiti derivanti dall’avere budget zero.

Anche sul fronte privato ci sarebbe da discutere: il colosso dell’editoria che a Firenze ha sede – parlo ovviamente di Giunti – non ha nessuna interazione con tale substrato letterario. E non parlo solo di me – i miei editori presenti, Mondadori, Laterza, minimum fax, sono di Milano e Roma – ma di tutta FiLett: nessuno, su una ventina e più di scrittori, poeti, editor, critici, operatori culturali, ha avuto o ha rapporti professionali con Giunti. Ciò non è normale, è segno di una chiusura che limita la vita letteraria potenziale della città, poiché l’underground impatta solo se trova poi anche la possibilità di professionalizzarsi.

 

Al di là delle citate pecche istituzionali (ed editoriali), qual è il tema cardine, il punto che ti è più caro, ciò da cui partiresti?

Sono un ragazzo cresciuto negli anni ’90, credo che uno dei problemi principali sia quello degli spazi. Anche la storia di un semplicissimo bar come il Caffè Notte dimostra che uno spazio può generare incontro e cultura per osmosi. Perché gli spazi occupati o i centri sociali funzionavano? Perché vai lì per le serate, oppure stai al baretto e sciali, ma in ogni momento ci sono dei progetti in fieri e tu ti puoi inserire in questo o quello. Io cominciai a scrivere grazie alla politica: mi misi a frequentare il giro del Network legato a spazi autogestiti come Bandone e dell’Elettro+ per ragioni politiche (e festaiole), e vi conobbi i ragazzi che facevano la rivista Mostro. Io leggevo ma non scrivevo: ho iniziato in quel modo. Era il 2003, o il 2004. Tanti altri, frequentando questi veri e propri laboratori, dove si svolgevano ricerche anche molto rigorose, hanno trovato una via professionale, di approfondimento, altra cosa rispetto alla passione amatoriale. Pensa ad esempio alla Numa Crew, che sta riscuotendo grandi successi a livello musicale e si è formata nello stesso milieu. Si va verso un’epoca in cui solo la produzione culturale può salvare luoghi come Firenze. E perché essa germogli, servono spazi adatti.

 

Già la nostra generazione, che è cresciuta negli anni zero, non sente più il problema degli spazi. Ci sembra un problema vecchio, non li rivendichiamo più. Già le occupazioni del liceo ci sembravano una cosa passata. Tecnicamente, rispetto a voi, siamo la prima generazione senza soldi, prospettive contrattuali e previdenziali. Rivendichiamo un mucchio di cose, ma non spazi.

Questo conferma che sono irrimediabilmente un ragazzo degli anni ’90: ma quello che ho detto prima – a livello di modello formativo e di partecipazione – non ha perso ragion d’essere. È ancora una prospettiva. Alla fine dopo la chiusura del Caffè Notte, come gruppo di scrittori, abbiamo rischiato una diaspora. Ci siamo ricompattati intorno alla Cité, che, non dimentichiamolo, anche se ormai è una piccola istituzione cittadina, era germogliata da una delle tante spore uscite dal succitato “Network” – gli spazi di azione culturale, insomma, sono cruciali.

Si ringraziano Andrea Lattanzi e Salvatore Cherchi per la collborazione

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