DIVAGAZIONI INTORNO AL LIVE DI CALCUTTA ALLA FLOG

“Sono le barche che mi mancano, quelle che conquistano, resistendo instancabilmente agli attacchi dei pirati, anche quelle imbarcazioni un po’ più piccole che costeggiavano i tuoi reni. Ma quanto siamo scemi quando le braccia diventano i remi.” da Le Barche, ultima traccia di Mainstream.

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Ormai quasi una settimana fa sono stato, per Riot Van, alla FLOG di Firenze per assistere al concerto di Calcutta che, con l’uscita del suo ultimo album intitolato Mainstream, ha calamitato su di sé le attenzioni della comunità indie italiana.

Attratto da questo fenomeno nazionalpopolare mi son avvicinato, a suo tempo, alle canzonette del giovane cantautore di Latina e, già dal primo ascolto, devo ammettere che ne sono rimasto colpito. La formula è semplice: 1) Melodie ed arrangiamenti facili ed orecchiabili, roba da jingle che ti si infilano in testa e ti ritrovi tipo a cantare la canzoncina della pubblicità del detersivo anche in udienza dal Santo Padre. 2) Testi cantautorali con target di età che va dai 12 ai 99 anni, tipo le Lego, e che parlano di amore, sinistroidi deviati, provincia e metropoli.

Ebbene, partendo da questi due punti mi son ritrovato immerso nel live di questo personaggio, in attività dal 2011 che ha girato in lungo e largo l’Italia, colonizzato il Fanfulla di Roma, suonato in scantinati, piazze e chi più ne ha più ne metta e adesso, ad una settimana (quasi) di distanza da quei 40 minuti con un paio di bis in scaletta, ho una domanda che mi martella le cervella:

si può essere punk scrivendo canzoni che hanno il sapore di Caetano Veloso, Battisti, Rino Gaetano e Dalla (quattro esempi da prendere, ovviamente con le pinze) e che trasmettono la saudade portoghese?

La risposta, vedendo quel ventiseienne non molto alto, non molto snello e non poco sudaticcio sul palco, mi si è palesata innanzi come San Pietro sulla traversa a Fantozzi. Ecco, io qui affermo senza mezze misure e nel pieno delle mie facoltà mentali e fisiche che sì, si può essere punk senza essere Sid Vicious o Tommy Ramone.

 

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Calcutta sul palco, se vogliamo, incarna il sexy-punk all’italiana pur cantando l’amore, finito e da finire, in tutte le sue forme e non muovendosi per nulla sulle musicalità del genere appena citato. Stravolge i suoi discorsi, li lascia a metà, ha la presenza scenica di un’abat jour e la fattanza del miglior Ricardo Villalobos, incarna il disagio di chi viene dalla provincia che non è provincia, da paesi e città che sono dormitori. Il concerto è piacevole da vivere perchè, volenti o nolenti, il buon vecchio Edoardo ci sa fare: le canzoni te le impari a memoria e poi le canti a squarciagola, peschi da Mainstream e da Forse… così come dall’EP The Sabaudian Tape.

Ti ritrovi a cantare Frosinone pensando a Leonardone Blanchard che inzucca di testa la palla e la spedisce dietro a Buffon siglando un memorabile pareggio, vuoi scappare da Milano che altro non è che una corsia di ospedale, maledici Brosio che ogni volta che lo vedi ti fa ripensare alla mamma della tua ex di ritorno da Medjugorje sulle note di Limonata, pensi al tuo compagno animale morto schiacciato dal camion dell’immondizia a cui volevi un gran bene cantando Cane, giri per Pomezia per poi trovarti sull’altopiano di Giza ead invocare una carezza e strilli sulla dolce melodia di Amarena, senza scordarti dei Dinosauri che prima o poi torneranno con in regalo un asteroide. Lo spettacolone del maestro Calcutta si completa col duetto col re dell’indiesagio Davide Pisa sulle note di Arbre Magique e con i bis di Gaetano e Cosa Mi Manchi A Fare, i due pezzi che fondamentalmente hanno fatto assurgere Calcutta ad icona indipendente, alfiere del disagio e cantautore pop tutto in una volta sola.

 

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Io, personalmente, dal profondo del mio cuore, mi sento di ringraziarlo perchè a me piace un sacco ed è da novembre 2015 che le sue canzoni mi riempiono le giornate e solo seguirlo sui social network mi fa spezzare dalle risate. Se avete occasione ascoltatevelo e andate a vederlo live, qualcosa di voi nelle sue canzoni ce lo trovate per forza. Ve lo giuro.

 

foto di Patrizia Ghilardi