DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI HIPSTER

“Allora gente? Si va a fare una bevuta?”

“Va bono. Ma indove?”

“Boh…se si andasse tipo alle Murate?”

“Ma dai. E’ un covo di hipsters.”

Di cosa parliamo quando parliamo di hipsters? Probabilmente oggi si tratta di una di quelle parole che si usa e basta. Sarà stato un paio di anni fa che ce la siamo messa in bocca. Ora la usiamo tutti: un hipster è uno con i baffi o la barba. Curato nella propria trasandatezza. Che si compiace del proprio atteggiamento depresso, che nei locali ordina un calice di vino. Che mette pantaloni stretti col risvolto in fondo. Giacchette o maglioncini striminziti. Occhiali con la montatura spessa. Anche se ci vede bene. L’hipster affascina, perché ha un ché di vintage, o uno stile tanto caro a certi cantanti indie-rock. La sua presenza sociale un po’ disturba, perché la gioia dell’hipster è una gioia mai evidente (tanto da far sospettare che non possa provarla), e pure la malinconia è un sentimento che non gli si addice: l’hipster è distaccato da certe categorie emozionali. L’hipster è uomo, quasi mai donna. L’hipster è quella cosa di cui oggi cantano i Cani.

Però ecco, tutto questo, di preciso, non si sa come sia venuto fuori. Chi lo inventa uno stile? Chi fa diventare di moda una parola? Ci sono online i manuali di hipsteria, i forum, chi studia gli hipsters come fenomeno urbano. Eppure, a pensarci bene, non è questo che mi interessa. Scrivo queste righe perché mi interessa solo dire una cosa: gli hipsters non sono ciò che crediamo. Sono una cosa ben precisa, che ha poco a che vedere coi nostri giorni e con le mode fighe di cui abbiamo ragionato sin ora. Si tratta di qualcosa che viene da lontano, da prima della seconda guerra mondiale. Viene dall’America, quell’America del Jazz e della Lost generation, dei tempi di Hemingway e Fitzgerald.

Sarà che son cresciuto che a diciassette anni c’ero sotto con Kerouac e Ginsberg e Corso e Ferlinghetti, sarà che io alla letteratura ci sono arrivato per caso ma se devo trovare un nome – uno – di quelli che sono in grado di avvicinarti alla “critica” o ad una lettura che vada al di là del semplice (e non per questo disprezzabile) piacere estetico, tirerei fuori, a botta sicura, “Fernanda Pivano”.

Jack Kerouac

Jack Kerouac

Dopo averla scovata facendo zapping in tv, mi son trovato chino a leggere le sue prefazioni o postfazioni ai classici della beat generation. Affascinato nel capire finalmente come e perché mi sentivo attratto da quel mondo. E fu allora – lo ricordo con certezza, lo ficcai anche nella tesina della maturità – che vidi saltar fuori il termine hipster. Da lì, concordavano le fonti, aveva origine il beat. Online esiste ancora questo vecchio sito, che è un prezioso archivio di informazioni per chi si avvicina alla materia. Per comodità copincollo qua alcuni passaggi, fondamentali per tornare all’origine del termine:

Inizialmente apparve lo hipster, l’esistenzialista americano, l’uomo che sa che se il nostro destino è quello di vivere sotto la continua minaccia di una morte istantanea per una guerra atomica o di una fine lenta ma certa per consumismo, essendo soffocato ogni istinto di creazione e di rivolta, allora l’unica risposta vitale è accettare la morte come pericolo costante, divorziare dalla società e imbarcarsi in un viaggio misterioso negli imperativi ribelli del proprio “io”. Lo hipster è il “nero bianco” egli assume la vita, vissuta al presente, della gente di colore che è al di fuori delle istituzioni bianche – che cerca piaceri da provare nell’attimo presente, piaceri che la società bianca cristallizza e riproduce finendo per annientarli. Quindi violenza, sessualità, apoliticità e rifiuto di ogni moralità.  Accanto a una siffatta figura si formò il beat (…) Fu il beat a sopravvivere e diede voce alla propria angoscia e a scrivere il proprio “urlo”. (…) Intorno al 1948, gli hipsters, o beatsters, si dividevano in caldi [hot] e freddi [cool]. Gran parte della confusione riguardo gli hipsters e la Beat Generation deriva in genere dal fatto che ci sono due stili diversi di hipsterism: quello freddo è il saggio laconico e barbuto che siede davanti a una birra appena iniziata in un locale beat, ha voce bassa e scortese e ragazze nerovestite che non aprono bocca; quello caldo è il folle dagli occhi scintillanti (innocente e dal cuore aperto), chiacchierone, che corre da un bar all’altro, da una casa all’altra, alla ricerca di tutti, gridando irrequieto, brillo, cercando di far lega con i beat sotterranei che l’ignorano. La maggior parte degli artisti della Beat Generation appartiene alla scuola calda”.

Tutto qua. La prossima volta che vi sentirete dire “è pieno di hipsters del cazzo” saprete rispondere a tono. Ché se su Vogue parlano di hipsters non è detto abbiamo per forza ragione. E se proveranno a correggersi dicendo “Vabé, dai. Si fa tanto per dire. Son comunque dei mezzi radical-chic”, sappiate che anche quest’ultimo termine – sempre carino da dire a caso – ha un’origine precisa. La paternità è del giornalista-scrittore Tom Wolfe, che la usò nel ’70 per descrivere quegli intellettuali newyorchesi affermati e pieni di soldi che amavano ospitare nei propri salotti membri delle frange più radicali della società, invitando hippy, antimilitaristi o attivisti per i diritti civili a party privati nei salotti più esclusivi. No: lo dico anche perché se leggendo questo articolo vi veniva da pensare che ero molto snob e antipatico e che per darvi più tono volevate darmi del “radical-chic”, io vi anticipo, e vi dico che antipatico e snob, tutto sommato, è più corretto.