CRONACHE DA UN’ASSEMBLEA DI CITTADINI RIUNITISI PER IL BENE COMUNE. SECONDA PARTE

«Gli angeli del Bellow è la molesta e selvaggia satira che non si leggeva sui muri di Firenze dai tempi del lalli galli.» Anonimo su muro di Firenze

 

La mia informatrice, L.C., ha settantanove anni e si presenta al luogo dell’appuntamento con un largo vestito floreale che la rende simile al divano d’una qualsiasi sala d’attesa odontoiatrica; calza scarpe in feltro capaci d’ispirare un avvolgente senso di comodità e sui capelli tiene legata una pezzuola umidiccia per la pioggia. Devo a lei l’onore di essere qui stasera per assistere alla speciale assemblea di quartiere nella quale saranno discussi i principali temi inerenti il degrado, la movida e la costante operazione di affondamento che le istituzioni esercitano sulla popolazione terrorizzata così, consapevole dello status di novizio che grava sulla mia zucca, entro da secondo nell’imponente palazzo che ospita il concistoro.

«Vai piano» sibila L.C. annaspando lungo una rampa di scale a suo dire troppo ripida; mentre avanza incontra un numero sconvolgente di persone cui si rivolge come il comandante d’un sottomarino quando incappa in semplici soldati a metà d’una pericolosa manovra.

 

Due

Cambiano le mode e i tempi, ma i cittadini riuniti per il bene comune hanno sempre avuto il loro bel daffare

 

Non vengo introdotto direttamente ma, appena ogni avventore si allontana, ricevo immediato resoconto biografico. Per la maggior parte sono esercenti che si dicono stremati dallo stato in cui trovano il marciapiede davanti la bottega ogni mattina, anziani/e che non dormono o temono un assalto di truppe corazzate mentre portano fuori il cane, più qualche gestore di locale dall’aspetto di chi sia finito lì per colpa d’una inattesa folata di vento. Ne riconosco un paio che saluto con l’imbarazzato distacco dell’acquirente di VHS porno all’uscita dall’edicola.

 

Nella sala al piano terra di questo fatiscente edificio nobiliare del centro storico – come niente immagino il conte ai piani superiori che ci osserva divertito bevendo un calice di sangue – prendo posto in millesima fila e ricevo da Mario (so il suo nome perché lo scandisce a chiunque previa inchino) un foglietto con alcune interessanti specifiche: la presente rete di soggetti battaglieri contro il degrado e la malamovida ha sedi in ormai trenta città d’Italia e mensilmente serra le fila per stabilire «strategie per il biennio 2016/17.» L’obiettivo è sensibilizzare le amministrazioni locali sull’annoso problema del caos nonché «fare aprire gli occhi dei cittadini riguardo le varie declinazioni del fenomeno della movida.»

Mai come adesso percepisco impellente lo stimolo ad alzarmi e domandare una volta per tutte il reale motivo per cui viene utilizzato il termine movida e non (boh) baccano, però taccio lanciando un affettuoso sorriso a L.C. che finge di non conoscermi.

 

«Enorme attenzione è poi riposta al tema della giovane età dei FRUITORI DEL DIVERTIMENTO, spesso GIOVANI E GIOVANISSIMI che accedono a UN CONSUMO SMODATO DI ALCOL E DROGA.» Al solito vorrei ardentemente ubriacarmi e drogarmi fino a stramazzare in terra però ancora forzo una parvenza di serietà e incrocio le braccia attendendo il primo oratore.

«Non vogliamo una città morta ma non vogliamo nemmeno una città che fa morire» recita il secondo slogan sul pezzetto di carta. Continua a stupirmi la mole abnorme di riferimenti ai decessi che questa gente riesce a partorire, come delegasse a una lotta civica la fisiologica paura del trapasso che prima o poi colpisce chiunque: in effetti c’è morte ovunque qui, dai crocefissi sui muri scrostati alle discussioni sui malati terminali.

 

Uno

Uno scatto dall’assemblea di cittadini riuniti per il bene comune, mentre dibattono sul tema del “bivacco” notturno

 

Ulteriore paradosso, sarà varato stasera un pacchetto di proposte con provvedimenti urgenti «a tutela della nostra salute e della salute dei giovani», i quali tuttavia mi sembra stiano benissimo (o, se hanno problemi, certo derivano in minima parte dai locali aperti fino le tre).

Il signore al mio fianco saltella sul palco e spiega che vorrebbe il sindaco vietasse i bivacchi. Ignoro se il bivacco sia regolamentato dal Comune o come risulti possibile stabilire quando una cosa diventa bivacco (legare il cavallo al palo della luce e accendere un fuoco è bivacco?) ma annuisco. Unico elemento certo, in questa stanza illuminata da tomba etrusca vi è assoluta convinzione della bontà della lotta, una fede inscalfibile nella sollevazione in nome del buon vivere al netto della consapevolezza del facilissimo buco nell’acqua (quando, in esteso, il nemico è qualsiasi cosa ti stia sulle palle, diventa difficile mantenere la barra dritta).

 

Iniziando il dibattito si delinea con maggiore precisione quanto sospettavo ovvero, aggirando ciò che di buono è stato fatto negli ultimi anni – quartieri ripopolati proprio grazie ai locali, alla maggiore circolazione di persone e ai suoni – ci si focalizza esclusivamente sugli aspetti negativi della faccenda, cosa che risulta maliziosa se fatta da tizi che non possono essere sprovveduti poiché è evidente che passano le giornate a raccogliere informazioni su quanto accade nel raggio di venticinque metri dai rispettivi sedere. Non si critica un fenomeno – ok il casino e serve rispetto – ma l’evidenza dell’esasperazione di un fenomeno. Ogni cosa qui attorno è platealmente esagerata.

 

I successivi interventi hanno al centro: il guaio dei tamburi, l’urina che sgorga ovunque e, con ironica tempistica, le buche in strada (come se il mostro biblico nominato Movida fosse così potente da crepare l’asfalto divorando i giovani).

 

Alla fine passa Mario – da vicino è straordinariamente rubizzo – e raccoglie le firme dei presenti. Mi volto verso L.C. e la ringrazio dell’esperienza regalatami, aggiungendo come «ok tornerò per la seconda assemblea» ché serve gettare un ponte tra noi visto quanto alla fine pure chi vive la notte è una persona a modo, seria e razionale.

Nel libro delle firme vorrei scrivere Michael Jackson però mi contengo come baluardo al degrado imperante.

 

 

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