COSA RACCONTEREMO DEGLI ANNI ZERO? COSA DICONO VERAMENTE LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA.

Fin dai suoi esordi molto si è scritto a proposito di Vasco Brondi (Ferrara 1984), cantautore noto come Le Luci della Centrale Elettrica, portabandiera dell’indie nazionale da (quasi) un decennio, a torto o ragione voce spartiacque nel panorama musicale della penisola: a partire dal suo Canzoni da spiaggia deturpata (2008) è come risorta in Italia una vocazione cantautorale forte, talmente diffusa da risultare ormai dominante tra le nuove produzioni.

 

Vasco Brondi (Fonte: leluci.org)

Vasco Brondi (Fonte: leluci.org)

 

La nicchia si è allargata, l’underground è come emerso. Non parliamo ancora di mainstream, di passaggi televisivi o di heavy rotation radiofoniche, ma di band comunque capaci di riempire stabilmente locali da 300 persone a serata.

Certo il fenomeno non nasce dal nulla, e sarebbe forzato affermare che prima de Le Luci in Italia non si scrivessero canzoni rock degne di nota (gli Afterhours o i Marlene Kunts appartengono ad una vecchia scuola, cresciuta ed esplosa negli anni novanta) ma Vasco Brondi è stato il primo – o almeno il più evidentemente anni zero – a cantare in lingua italiana il tempo presente. Ma perché Vasco Brondi piace? Cosa comunica, come lo comunica?

 

Spigoloso e per niente edonistico, niente a che vedere con l’altro
Vasco, Le Luci della Centrale Elettrica sono forse tra i soggetti che negli ultimi anni ha meglio descritto le inquietudini di una generazione

 

Cantare la crisi. Dal no future ad una prospettiva obbligata

L’evoluzione nei tre album è marcata, almeno a livello umorale: non si registra una crescita stilistica netta, nessun picco nella composizione, perennemente ancorata a giri di accordi minimali e un cantato che procede a stento e per declamazione, e neppure un cambio di registro. L’evoluzione sta proprio nel cambio di umore: dal 2008 al 2014 (anno di uscita di Costellazioni) Brondi ha aperto le porte al futuro e lasciato tracce di speranza nelle proprie canzoni. Se i primi lavori erano specchio di un nuovo pessimismo (la colonna sonora made in Italy della scoperta della crisi economica, della disoccupazione giovanile, di un disincanto assoluto) le ultime canzoni pur continuano a girare il mestolo nel grande calderone delle angosce aprono anche delle porte.

Citando due brani celebri brani dell’artista ferrarese, si è passati dall’inno generazionale: “Che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero”  al liberatorio: “Ma ci sarò io, arriverò, felice da fare schifo e libererò tutti i tuoi pianti trattenuti”. Oppure si pensi all’ancor più netto: “non c’è alternativa al futuro”.

Non è quindi la depressione l’oggetto delle canzoni de Le Luci. Se lo pensate è per pregiudizio. Certo il clima non è proprio da rototom, la sensibilità resta quella delle confessioni in cameretta, da studente universitario fuori sede, da lavoro precario e da amore difficile, ma credo che etichettare Brondi come epigone di un generico presomalismo sia riduttivo.

Brondi canta di fabbriche e migrazioni, di droga e di strade provinciali. Certo, in Vasco Brondi ci si può riconoscere. Spigoloso e per niente edonistico, niente a che vedere con l’altro
Vasco, Le Luci della Centrale Elettrica sono forse il soggetto narrativo che negli ultimi anni ha meglio rappresentato le inquietudini di una generazione. Un personaggio alla moda? Difficile da dire, senz’altro sufficientemente “in voga nell’underground” da finire, già nel 2011, in una canzone de I Cani. Merito dell’attitudine punk stemperata, del tono da Rino Gaetano depresso.

Ma Brondi non ha cavalcato slang o linguaggi abusati. Ne ha creato uno suo in cui si sono trovati migliaia di giovani e non. Lo stile dei suoi testi è talmente riconoscibile che esistono online ben due generatori automatici (uno, due). Il fatto che qualcuno possa ricostruire degli ipotetici versi brondiani con assoluta verosimiglianza non è indice di niente, se non del fatto che l’immaginario costruito dal ferrarese è così chiaro da poter essere emulato con facilità. Quel che ci interessa è raccontare cosa esattamente fa Brondi nei suoi testi, e magari capire perché.

 

vasco foto da radiomusk.it

Vasco Brondi (Fonte: radiomusk.it)

 

Dal cosmo all’asfalto

Uno degli elementi ricorrenti delle canzoni de Le Luci è l’uso ricorrente di richiami alla materia urbana: la centrale elettrica, la centrale a turbogas, la gigantesca scritta Coop, le portiere delle auto, i condomini, i letti disfatti, i garage, gli ecomostri. Ma a scenari desolanti che richiamano i non-luoghi di Augé o la disperazione di paesaggi post-atomici Vasco Brondi accompagna costantemente riferimenti alti e ultraterreni: navicelle spaziali e moduli lunari, le guerre stellari, la stratosfera, le stelle, i dirigibili, la Via Lattea, l’estrema sinistra della galassia, le costellazioni.

Viene a crearsi così un costante salto di registro, talmente ricorrente da diventare elemento costitutivo, una forma poetica giocata per continuo contrasto. A volte i passaggi sono meno netti, come l’associazione di elementi alti a elementi bassi, senza stare a scomodare le galassie (ne cito alcuni per esemplificare: “abortire tra i campi di mimose”; “avremo gli occhi lucidi come le Mercedes”, “i mazzi di fiori ai bordi delle strade provinciali”, “Strane stragi in Medioriente, riunioni di terroristi, riunioni di dirigenti”). Contrasti quindi più o meno netti, ossimori e apparenti nonsense.

Ma nei versi de Le Luci l’ossimoro non è figura retorica, è condizione esistenziale.

Il Brondi protagonista dei brani è in costante movimento: non sa dove sentirsi, sente l’aspirazione all’elevazione negata, intreccia l’universale col particolare, fugge altrove ma è inchiodato all’asfalto, sta in camera ma intuisce Altro. Lo spaesamento è anche interiore, perché ipotizza un sentimento e subito lo tronca, azzarda la tenerezza e la ripropone violata.

Non c’è niente di incomprensibile: è legittimo che i testi possano venire a noia, ma la sensazione di fondo che li anima è chiara e condivisibile, perché racconta la certezza della propria collocazione e il contemporaneo smarrimento. La prima strofa del brano d’apertura del primo album in questo senso è chiaro:

“Madonna che silenzio che c’è stasera

sotto un cielo d’argento tra la ferrovia e la nuova moschea.

Da una macchina arriva della musica elettronica del Nord Africa,

io cerco un centro di gravità almeno momentanea.

La terra, l’Emilia, la Luna

io e te  

in un temporale interminabile in Sudamerica”

 

Canzoni centone

Alcuni hanno bollato la sua scrittura come una sorta di citazionismo esasperato, ma quel che esce dai suoi testi raramente è un pastiche, e neanche si avvicina alle citazioni tipiche delle rime rap. È però vero che Brondi difficilmente riesce a costruire un testo senza cercare riferimenti letterari, cinematografici, musicali.

Solo nei versi poco fa riportati emergono chiare tracce di Francesco Nuti e di Franco Battiato. Il titolo del secondo album de Le Luci, Per ora noi la chiameremo felicità, è tratto da un verso di una poesia di Leo Ferré, La solitudine. “L’esercito del surf” cantato da Catherine Spaak diventa “l’esercito del sert”; in alcuni brani c’è spazio per i Cccp, per Pier Vittorio Tondelli, per Boris Vian. Inutile elencare: il dato di fatto è che Brondi recupera dal passato, un passato quasi sempre ricostruito e (forse) mitizzato, dal momento che il cantautore è nato nell’84.

Le ragioni di questo rifugio-confronto col passato potrebbero essere molteplici, ma mi piace azzardarne due: la prima riguarda il senso di vergogna di una generazione che non riesce a far fronte alle proprie aspirazioni, la prima generazione in crisi dopo vari decenni. Diventa perciò consolatorio volgere lo sguardo indietro, raccogliere le testimonianze del mito, cercare un termine di confronto stabile, o qualcosa in cui riconoscersi. La seconda ragione è forse più meritoria: Brondi è di fatto il primo, o tra i primi, a cantare deliberatamente la fine degli anni zero. Non avendo una scuola, un filone da seguire, lo crea da solo, in casa, con l’aiuto dei dischi e dei libri mandati a memoria. Da Brondi in poi avranno fortuna nell’Indie italiano almeno altri 10 gruppi che – con vari distinguo – faranno della citazione una propria fortuna. Sono poche le band che oggi si staccano da questo nuovo modello (per ritrovare una scrittura nuova e originale mi viene oggi da pensare a Iosonouncane).

 

Vasco Brondi (Fonte: leluci.org)

Vasco Brondi (Fonte: leluci.org)

 

Vasco Vocativo: Tu, ti, tue.

L’ultima parte di questa analisi è dedicata ad un cruccio irrisolto dei testi di Vasco Brondi. Moltissime delle sue canzoni somigliano a un dialogo immaginario con un’altra persona. L’uso costante dei pronomi tu, ti, tue, tuoi è più che rivelatorio. Si va da “i tuoi discorsi metafisici”, al ricorrente “ti ricordi”, ai “tuoi minuscoli seni”, le “tue lune storte”. Spesso compaiono i capelli di una ragazza a cui l’autore si rivolge, a volte sono occhi, a volte seni, a volte organi interni. Costante è l’evocazione di aneddoti passati, reali o immaginari che siano. A volte i verbi sono coniugati al futuro, ma non cambia la sostanza.

Qualche volta c’è spazio per un “noi”, ma quasi mai il pronome rimanda a una collettività: rimanda a due persone. Pare abbastanza chiaro come Brondi si stia rivolgendo ad una ragazza, forse l’amata. Non c’è niente della donna angelicata, il nuovo stilnovo non ammette romanticismo. I rapporti sono lacerati e laceranti, anche gli spiragli di tenerezza sono offuscati dalle distanze, dal dolore.

Brondi si rivolge a qualcuno in cui cerca rifugio, da parte di cui cerca comprensione. Non è difficile immaginare l’autore poco più che ventenne a scrivere i primi brani contenuti in Canzoni da spiaggia deturpata: lo si può vedere solo, ancora impossibilitato a pensare che le sue canzoni possano essere ascoltate da migliaia di coetanei, tutto proteso a far ribollire dei testi che stanno a metà strada tra il diario segreto e la lettera d’amore sgangherata. E per quanto alcuni versi d’amore siano effettivamente potenti (su tutti, unendo i due tòpoi brondiani delle distanze incolmabili e dei contrasti urbani, spicca la dichiarazione disperata “farò rifare l’asfalto per quando tornerai”), per quanto Brondi non si vergogni a parlare d’amore, lo fa nell’unico modo che gli è possibile: estremizzando la precarietà. La narrazione amorosa si evolve leggermente di disco in disco, con tutte le caratteristiche citate in premessa, ma costante resta il senso di instabilità. Difficile costruirsi una vita quando non si sa neanche emergere il presente, difficilissimo costruire una relazione.

“avevamo l’inesperienza necessaria per andarcene”, dicevi, e ce ne siamo andati tutti e due, e soprattutto tu.

(da “Ci cadevano in testa le stelle inchiodate male”)

E mentre resta giustamente irrisolto il mistero dell’identità dell’amata (niente gossip, né Laura né Beatrice), sempre più matura la certezza di come quel tu vocativo presente in canzoni così intime e personali abbia spinto una (piccola ma consistente) fetta della mia generazione a sentirsi chiamata in causa, a immedesimarsi, a sentirsi addirittura capiti. Il dialogo serrato e la colloquialità stridente hanno portato i ventenni degli anni zero ad ascoltare un altro Vasco, anche se meno bello, anche se meno convinto, anche se più stonato. O forse soprattutto perché meno bello, deciso, intonato.

 

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