BENEDETTO 17 APRILE. TRA INTOCCABILI E CANTORI DEL REGRESSO

di Gabriella Angius

 

Me lo sogno anche di notte il momento esatto in cui calcherò bene il mio voto sulla scheda elettorale. Nel sogno sono in ciabatte, ma contrariamente al disagio di indossarle out-door come in altri sogni, le pantofole al seggio non mi distolgono dall’ebrezza del momento.

 

Alcuni attivisti di Greenpeace esprimono con discrezione la preferenza di voto

Alcuni attivisti di Greenpeace esprimono con discrezione la preferenza di voto

 

È un mese che scandaglio il web cercando di star dietro a ogni minimo frammento di informazione disponibile su trivelle, miglia marine, giacimenti, royalties, sbloccaitalia, normative, succosi scandali ad hoc, le ragioni del Si, del No e del Bhò e del Forse. Ormai il dibattito è maturo anche se mutilato dal breve periodo di campagna elettorale.

Si sono scoccate tutte le frecce e le polemiche possibili. Ne hanno sparate di grosse e improbabili alcuni, forti del fatto che far parlare di strategie energetiche nazionali gli Italiani sarebbe stata un’impresa titanica a cui non siamo avvezzi, figuriamoci in così poco tempo e con l’estate alle porte. La verità è che ci si incrociano gli occhi e si saturano le palle al solo pensiero di addentrarci sotto la superficie di questo appuntamento referendario. Già il testo del quesito sembra scritto da uno in preda alla glossolalia.

Insomma, ho raschiato i fondali un po’ più del minimo indispensabile per farmi un’idea e, al di là della mia impostazione ecologista, ragazzi: sull’energia non si scherza. Non ce lo possiamo permettere. Per questo fa sfrigolare i nervi che si debba battagliare nelle attuali precarie condizioni di propaganda anti-elettorale (come già successo nel caso del precedente referendum del 12-13 giugno 2011 sul Nucleare) eludendo il confronto pubblico serio e finalizzato a informare e mettere a parte i cittadini su piani di lungo periodo che li riguardano. Il Paese siamo noi e siamo sempre noi che sulla nostra pellaccia sentiremo gli effetti brucianti di scelte scellerate.

 

Il referendum sulle trivelle in mare del 17 aprile racconta molto sulla crisi democratica che avvolge il nostro Paese. Si è scritto, detto e sbugiardato ogni pelo dell’uovo di queste trivelle. Potete tuffarvi nella marea di produzione dei media (per la verità svegliatisi molto in ritardo), dei Comitati, attingere direttamente a dati ufficiali, studi indipendenti, botta e risposta nei talk-show etc. Potete e Dovete Farlo!

Premettendo che il 17 aprile mi lancerò a pesce per votare un convintissimo SI, propongo qui un paio di riflessioni emerse in occasione di animati battibecchi con amici vari su ambo le barricate.

 

Per prima cosa mi urta questo leitmotiv per cui il quesito referendario è insignificante.

Il quesito referendario sul quale siamo chiamati a pronunciarci il 17 aprile è il sopravvissuto di sei quesiti originari. La sua portata in apparenza “limitata”, rispetto alla messa in piedi di un appuntamento nazionale del genere, dipende dalle vicende legislative da cui deriva. Grazie all’impegno di nove regioni, delle associazioni ambientaliste e di un nutrito fronte civile che spazia dalle categorie produttive al sindacato operaio, cioè alleanze trasversali e mondi diversi che convergono, parte della strategia governativa sui fossili è stata rivista ed è caduta.

Cinque dei sei quesiti quindi sono già stati “vinti”: hanno costretto il governo a legiferare in materia di estrazioni. Il quesito rimasto in piedi, così apparentemente debole e sfigato nel contenuto, ha valenza politica enorme e va ben oltre quello che leggiamo nel testo: dal momento che la sostanza delle scelte governative non è cambiata nonostante la revisione, ribadisce l’urgenza di incamminarci non solo a parole sulla strada della transizione energetica verso l’emancipazione dai combustibili fossili. Una transizione che produce vantaggi sociali (maggiore occupazione per unità di energia prodotta), vantaggi economici (minori costi per gli impatti ambientali e sanitari), e vantaggi ambientali.

 

Una piattaforma di estrazione

Una piattaforma di estrazione

 

Come spesso accade quando il dibattito si concentra su aspetti di forte impatto simbolico ed emotivo, gli argomenti propugnati da entrambe le parti eccedono ampiamente la portata in senso stretto del quesito. La strategia dei sostenitori del No tende a limitare il dibattito tenendo un profilo molto basso, basato sul dato letterale del quesito referendario presentato come politicamente irrilevante e addirittura controproducente per gli interessi del Paese, perché ci farebbe rinunciare a sfruttare risorse nostre che dovremmo poi acquistare dall’estero e insensatezze annesse.

È chiarissimo quale sia il tipo di sviluppo scelto dal Governo per la crescita e per Noi: petrolio e combustibili fossili senza limiti, unitamente al massimo di consumismo. Opzioni in contrasto con gli impegni internazionali del nostro Paese. Protocollo di Kyoto? Cop21 di Parigi? Echi lontani. Il Governo non ha alcuna strategia per la decarbonizzazione al 2050. Il piano che serve a indicare gli investimenti per il modello energetico del presente e dell’immediato futuro non esiste.

Non si tratta di assumere posizioni ideologiche o da ottimisti e razionali, e se è necessario un ulteriore referendum per ricordare al Governo ciò che i cittadini avevano già deciso nel giugno 2011 non siamo messi bene.

Scartabellando dati attendibili e allargando la nostra prospettiva oltre gli asfittici confini nazionali, verso quello che avviene nel mondo, ci renderemo conto che, per quanto riguarda l’impiego di energie pulite per il fabbisogno energetico, l’utopia sta superando la realtà. E inoltre, a parte il pippone sul global warming e l’urgenza di accordi internazionali che vigilino sulle emissioni di co2 per contenere l’aumento della temperatura globale, se queste sono le ultime risorse di petrolio e gas che abbiamo in Italia, “dove sta scritto che dobbiamo consumare tutto noi?

 

Referendum 17 aprile

 

Al secondo posto: l’opinione diffusa e altrettanto urticante sul fatto che non sia questa del referendum la sede per discutere di siffatte questioni. Se non ci spremiamo in vista del voto per informarci ed essere in grado di decidere la rotta che il Governo deve tracciare per la produzione dell’energia, quali altri spazi e canali abbiamo? In Italia gli istituti di democrazia diretta sono due: il referendum abrogativo e l’iniziativa legislativa popolare (sempre ampiamente vanificata dai piani alti). Ci saremmo mai accapigliati nei bar discutendo di strategia energetica nazionale? Ci saremmo mai accorti dell’opzione energetica sterile e contraddittoria in cui stiamo perseverando nonostante in politica le campagne elettorali varie si siano riempite la bocca di rinnovabili al 50% e invece l’insistenza sleale sui combustibili fossili le sta cancellando dall’orizzonte economico italiano?

Salterei adesso al super sminuito rischio ambientale e al modo un po’ troppo disinvolto con cui non si esita ad additare i cittadini che compongono il fronte ambientalista come anti-industrialisti, anti-progressisti, ultimamente addirittura cantori del regresso che non possono piastrarsi i capelli o guidare la macchina altrimenti non sono coerenti. Senza dimenticare il mostruoso epic fail del presidente del Consiglio sulla decrescita che secondo lui “è bella solo per i ricchi”.

 

“forse dovremmo riflettere sul fatto che anche un infinitesimale 0,000001% di probabilità che si verifichi un incidente in campo di attività estrattive (soprattutto in mare) non sia una percentuale trascurabile a disastro avvenuto”

 

“Il rischio è la potenzialità che un’azione o un’attività scelta (includendo la scelta di non agire), porti ad una perdita o ad un evento indesiderabile. Il rischio ambientale è la probabilità che un certo fenomeno naturale, superata una determinata soglia, produca perdite in termini di vite umane, proprietà, capacità produttive” (Treccani).

Il rischio ambientale esiste di fatto al di là della percezione (determinata culturalmente) che ognuno ha di quanto il gioco valga la candela. L’uccellino agonizzante che annaspa nel petrolio, spesso sciorinato come memento dal fronte del Si, ha suscitato reazioni di insofferenza da ambo le parti, ma forse dovremmo riflettere sul fatto che anche un infinitesimale 0,000001% di probabilità che si verifichi un incidente in campo di attività estrattive (soprattutto in mare) non sia una percentuale trascurabile a disastro avvenuto. Rischi remoti, cosa sarà mai? Ed esplode una conduttura della Total in Francia.

Mitigare la vulnerabilità ambientale attraverso strategie di prevenzione non pare sia prassi Italiana. Siamo di fronte a un sistema economico organico che usa l’ambiente come bestia da soma fino a farla stramazzare. I territori oggi sono i campi di battaglia dove si ricorda alla tecnologia che non può non tenere conto delle conseguenze di un suo abuso. Questi cazzo di ambientalisti affannati a perpetrare la causa green si dimenticano sempre di spiegare che la tutela dell’ambiente è alla base della giustizia sociale e che quindi non c’è bubbone sociale che si risolva senza tutela ambientale.

 

Ultima pruriginosa spina nel fianco di un dibattito che si vorrebbe sano su temi così enormi è il tentativo di distorsione da parte di chi agita lo spettro del ricatto occupazionale. In sede di questa contesa referendaria sbaglia drammaticamente luogo o semplicemente è in mala fede. E per tanti come me che sono nati in luoghi dimenticati come Taranto – ma non si sentono figli dell’Acciaio di Stato – è un film già visto.

Così come risulta infinitesimale l’incidenza sul fabbisogno nazionale dei combustibili fossili estratti dai relitti operanti entro le 12 miglia dalla costa – facilmente integrabile da fonti rinnovabili –, esigui sono anche i famigerati posti di lavoro da tutelare in questo settore. Numeri sbandierati sempre più grossi con indotti sempre più gonfi. Sembra quasi volino cifre a cazzo. Se non vogliamo condannare i lavoratori ad essere divisi in lavoratori di serie A da tutelare e lavoratori di serie B da lasciare annegare, facciamo attenzione. Pochi posti di lavoro in un settore ad altissimo investimento e bassa occupazione come quello della coltura di idrocarburi, o le stesse unità, moltiplicate però almeno dieci volte, necessarie da impiegare per l’apparato energetico del futuro?

 

Referendum 17 aprile

 

Discutere e ragionare di politica energetica è materia urgente visti i cambiamenti climatici a cui assistiamo. Il 17 aprile l’Italia decide sul futuro del suo approvvigionamento energetico già in forte ritardo, decide della qualità delle attività costiere ma esprime anche un preciso bisogno per un paese come il nostro: l’uniformità e la cogenza della legge contro la corruzione e i particolarismi in cui le lobby sguazzano e fatturano.

L’opzione del Si rappresenta un’opportunità per chi ancora crede che compito della Stato sia affermare la volontà generale.

La vittoria del Si non fermerà le trivelle o la corruzione ma sarà un segnale perché il quorum e la partecipazione diventino un punto di resistenza di fronte a un potere economico che erode la legalità attraverso “intoccabili” servitori dello Stato che si trasformano in servitori di sé stessi, né onorati né virtuosi.

La contesa referendaria ha spinto le forze politiche, i media e l’opinione pubblica ad informarsi su questa grande tematica.

Il 17 aprile ci vado anche in ciabatte a votare il mio SI