IL BENE OSTINATO : PAOLO RUMIZ RACCONTA L’AFRICA

L'autore Paolo Rumiz

di Sofia Rossi

 

CUAMM: Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari.
I fondatori: Professor Francesco Canova e Girolamo Bortignon vescovo di Padova.
Africa: punto d’ispirazione. Di partenza. D’arrivo e di ritorno.

Dovremmo essere tutti classicisti almeno un po’, e dovremmo sempre chiederci, quando parliamo, cosa significa quello che diciamo e dove nascono le parole che pronunciamo.
Scegliamo Africa per rimanere in tema.
Servio, grammatico latino, ne sostiene la derivazione greca da “afriké”: senza freddo.
Suida, storico greco, la identifica con Cartagine, in lingua punica “afrigah”: colonia.

 

Ogni singolo termine ha una sua origine e una sua storia. Ogni parola nasce e si evolve come noi.
Superato lo scoglio dell’etimologia, che non deve risolvere ma aiutare, il passo successivo è l’indagine. Viaggiare. E qui, Rumiz docet. È solo entrando a contatto con la terra senza freddoche ha scoperto un continente silenzioso, debole, sconosciuto e per questo tenuto a distanza di sicurezza. Afferma in un’intervista:

“L’Africa non attira. Se metti la parola Africa nel titolo, vendi la metà, è una legge di mercato, perché l’Africa sembra un luogo infausto, fatto di tristezza. Raccontarla (…) mi ha permesso di sdoganare questo luogo comune.”

Le 120 pagine che Rumiz dedica al continente nero sono pagine etnologiche, degne di un vero reporter, ma sono – e questa forse è la chiave del libro – pagine che respirano umanità in ogni parola, che vivono della vita dei volontari del CUAMM che si adoperano senza rumore per l’Africa e con l’Africa.

Per scongiurare l’esistenza di ossimori come bene ostinato. A questo proposito, dice bene Camilla Ghedini: “il bene dovrebbe essere facile, almeno a parole. L’ostinazione implica invece lo sforzo” e non esiste sfida più grande per questa ONG che il bisogno di fare del bene in maniera difficile.

 

Copertina del libro di Paolo Rumiz

Copertina del libro di Paolo Rumiz

 

L’autore non si fa autore di un libro ma portavoce degli africani che solo nel 1967 hanno conosciuto una delle loro più grandi vittorie: la realizzazione di una facoltà di medicina a Nairobi. Il primo passo verso quel dolce amaro retrogusto di libertà che non si può dare per scontato. In questo Rumiz sembra molto vicino ad Adorno, filosofo della Scuola di Francoforte. Alla stregua del nostro viaggiatore, auspicava una dialettica negativa, disarmonica, per smantellare una volta per tutte quel falso mito europeo della “totalità pacifica”, per aprire gli occhi sulle diverse realtà esistenti. E, con Rumiz, su quella africana. Una terra in cui ogni giorno bisogna ricordarsi ciò che diamo per scontato. Che la salute e i servizi sanitari sono un diritto.

 

Angola, Etiopia, Kenya, Mozambico, Sudan, Tanzania e Uganda sono i luoghi dove il CUAMM agisce e dove agisce uno dei tanti fotogrammi della storia: Dolores Marin. Il padre militare, in servizio in Eritrea ed Etiopia, con uno spiccato senso etico – che non guasta mai – è la sua ispirazione. Diventa infermiera, arriva in Kenya nell’ospedale missionario guidato da Claudio e Giuliana Colombo e non soddisfatta si iscrive a Medicina laureandosi a 45 anni suonati.

1993. Accordi di Arusha. La guerra civile ruandese è finita. L’Africa è piegata, anche mentalmente. I pregiudizi etnici, risultato della propaganda politica, non rendono la vita facile ai missionari.Dolores, come molti suoi colleghi, convive con essi e con la percezione africana che la malattia non sia altro che l’espiazione di una colpa. Parola dello stregone. Così, medici e infermieri lottano per i malati quotidiani e per trovarli. Perché il frutto della colpa non si cura, non richiede medici né farmaci.

E poi c’è la storia di Paolo, un serbatoio di storie, come lo definisce Rumiz, che segue gli africani, malati e non, senza vederli come numeri ma singole identità, ognuna speciale a suo modo, nel suo angolo di mondo, e per questo vite ancor più da proteggere. Questo è il mal d’Africa.

È “sentirsi indispensabili (…) è aver salvato qualcuno che senza di te sarebbe morto”, è credere più nella speranza che nel far notizia”.**

L’esportazione della salute, è di questo che si parla. Un bene ostinato, per l’appunto. Richiede dolore e sforzo d’animo; esige tutto da te.

Dunque, chi resta, chi accetta – per dirla con Nietzsche – l’eterno ritorno dell’uguale: malattie, pazienti, cure, medicine, pacchetto completo anche di superstizione e lotte, e vede dietro tutto questo la conoscenza di un nuovo parametro di sensibilità, silenziosa e inaspettata come la pioggia dopo mesi di siccità, allora non c’è dubbio: è stato punto dall’African bug. Quell’insetto che ti costringe a rimanere e che ti rende africano almeno in parte. Che ti spinge a prestare attenzione costante alla quotidianità di un’Africa che non è solo una terra e un popolo ma una ferita aperta, esposta ad un occidente distratto.

Paolo Rumiz è partito con lo scrivere del CUAMM ed è arrivato a dimostrare, che noi, come esseri umani non viviamo – come scrive Stefano Benni –nel Pianeta Saras, nel mondo che anche leggendolo al contrario non cambia mai. A volte smentiamo noi stessi.

E queste 120 pagine lo provano così come ne è testimonianza il workshop del CUAMMValutazione degli interventi di cooperazione sanitaria internazionale: Verso un approccio basato sui risultati”, organizzato a Firenze il 18 settembre dal Centro Salute Globale della Regione Toscana http://www.mediciconlafrica.org, un’occasione per conoscere e crescere con l’Africa.