BAUSTELLE VOLUME 2: L’AMORE, LA VIOLENZA E LA FATICA DI ESSERE LIBERI DENTRO

Articolo di Dario Baldi. 19999099-FF52-41A6-9F35-1BFB91063C7E

“E adesso aspetterò domani


Per avere nostalgia


Signora libertà

Signorina anarchia


Così preziosa come il vino


Così gratis come la tristezza


Con la tua nuvola di dubbi e di bellezza”


Fabrizio De André
Firenze, 25 marzo 2018

Entro alla Feltrinelli RED di Piazza della Repubblica con mio fratello Andrea, siamo in anticipo di un’ora. I Baustelle stanno per presentare il loro nuovo lavoro: L’amore e la violenza, Volume 2. La sala al piano superiore è gremita, tutti sono in attesa del gruppo. Sono in seconda fila: accanto a me ci sono due ragazzine vestite all’ultimo grido, probabilmente dodicenni, e davanti una quarantenne con il caschetto biondo tiene stretto al petto il vinile dell’album. Dopo mezz’ora vedo un cappello nero fare capolino dalla porta a lato della sala. È l’immancabile cappello di Rachele, che preannuncia l’ingresso della band: in fila indiana entrano Francesco, Claudio e Rachele. Si siedono e il moderatore che li intervista comincia col solito, breve, giro di domande. Chiede a Rachele delle tastiere, a Claudio delle chitarre e a Francesco dei testi delle canzoni che, questa volta, sembrano aver preso una piega nuova, inaspettata. Il cantautore di Montepulciano è cadaverico: una presenza scheletrica vestita con camicia Gucci, giacca e stivaletti. Spiega che aveva un bisogno urgente di comunicare quelle parole di amore disperato, che nel panorama italiano manca chi sa scrivere canzoni a tema di un certo spessore: considera noiosi, insulsi e privi di contenuto i brani d’amore che passano in radio. 
Io lo osservo attentamente e cerco di capire la differenza tra il Francesco che vidi per la prima volta ad un concerto del Fantasma tour e quello di oggi. Che svolta può aver preso la sua vita dopo otto dischi in studio, uno live, due colonne sonore e due romanzi? Avrà pagato il dazio che spetta a chi attraversa la frontiera e si ostina a rimanere libero dentro? 
Mentre risponde alle domande passa in filodiffusione Veronica n.2. Non posso non pensare a come siano laceranti le parole usate nel brano (che è stato presentato come inedito nei live dello scorso tour). A come sia tangibile il dolore che s’indossa d’inverno, come rimanga l’unica maledettissima certezza di ogni amante mortale. Ma penso anche alle loro canzoni passate, alla lunga vita artistica di una band che rappresenta un faro del panorama culturale italiano; gli unici capaci di tenere insieme Gainsbourg, De André, Pasolini, Baudelaire e Montale con Dario Argento, John Cassavetes, e tutto il mondo underground della controcultura anni ‘70. Fermandomi un istante a riflettere sul mutamento artistico – etorogeneo, ma sempre composto ed elegante ̶ prendo atto di come la loro musica riviva in ogni mio ricordo, di come sia cambiato anch’io che con le voci di Francesco e Rachele sono cresciuto, gradita colonna sonora delle mie giornate, dall’adolescenza alla fine dei vent’anni.

 

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Autunno 2006

Facendo zapping in un noioso pomeriggio, incrocio, su MTV, il video di La guerra è finita. È il mio primo incontro con i Bau. Avevo 16 anni e accanto allo stereo Sony di camera mia c’era già una lunga sfilza di dischi: da Faber a Battisti, dai Ramones ai Clash, passando dalle band che, al tempo, venivano etichettate sotto la voce “indie”: Marlene Kuntz, Afterhours e Verdena. Le Parole nere di vita scritte con Una Bic profumata / Da attrice bruciata non mi potevano lasciare indifferente. Il giorno dopo, uscito da scuola, comprai il disco (La malavita) che conteneva il singolo, e che conservo ancora gelosamente. Sergio, Il Corvo Joe, i ragazzi cantati ne I Provinciali, Luciano Bianciardi celebrato in Un romantico a Milano e i campi di grano dipinti da Van Gogh ne Il Nulla mi hanno tenuto compagnia per un anno. Cantavano le vite violente, l’emarginazione, il tedio adolescenziale, l’esistenzialismo, l’amore che finisce male ma anche quello capace di placare l’animo.
Primavera 2008

Esce Amen, anticipato dal singolo Charlie Fa Surf. Io ho 18 anni e sto svogliatamente studiando per prepararmi all’esame di maturità (che andrà meglio del previsto). Il disco inanella una serie di 15 perle. Non c’è una canzone giù di tono, sono tutte bellissime: da Colombo (ispirata alla serie tv con Peter Falk), a L’Aeroplano (dove si canta la disillusione della vita di provincia), passando per ̶ che ritengo essere una delle canzoni d’amore più belle degli ultimi dieci anni  ̶ e Antropophagus, un brano sul degrado cittadino portato a estremi grotteschi e surreali. L’album somiglia a un quadro di Bosch: ricco di inventive e visioni, accoglie molteplici angolazioni e punti di vista narrativi, che spaziano dagli scorci di vita vissuta (gli amanti in La Vita Va) fino alla trascendenza (Assomigliare a lucertole nel sole / Amare come Dio / Usarne le parole di Andarsene Così).
Estate 2010

Ho cominciato l’università, e le estati, da ora in poi, si condenseranno nelle lunghe pedalate fatte in Versilia  ̶ con la bicicletta Atala di mia mamma  ̶ per andare a studiare nella biblioteca di Palazzo delle Muse in vista degli esami di settembre, nelle sere passate con gli amici a bere e nelle notti trascorse con le ragazze in spiaggia. È uscito I Mistici dell’Occidente: la title track è una ballata faberiana, Le Rane è il Ragazzo della via Gluck degli anni 2000, Gli Spietati un inno senza tempo sullo sforzo di combattere il nichilismo, in Follonica si citano Montale ed Eliot per raccontare un amore al capolinea, Il Sottoscritto ha echi donchisciotteschi. L’Estate Enigmistica la considero il colpo di genio del disco; ho sempre pensato che sia un brano ispirato a Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino: I progetti di noi manager / I pezzi di noi chansonnier / I rebus dell’esistere / Si disvelano / Per un attimo.
Inverno 2013

Il primo concerto che vedo dei Bau è al Teatro Verdi di Montecatini, una sera di inizio maggio. Francesco ha le sembianze di un asceta  ̶ barba e capelli lunghi gli danno la parvenza di filosofo platonico  ̶ , Claudio imbraccia la chitarra con la disinvoltura di Eric Clapton, e Rachele è la bellissima donna dagli occhi di ghiaccio che avevo sempre sognato d’incontrare. Il 29 gennaio è uscito Fantasma, e si capisce subito che è il loro capolavoro, il tipico disco che si registra una volta nella vita, di quelli destinati a rimanere nel tempo. L’opera è tanto barocca quanto ambiziosa: la band si avvalse della collaborazione di un’orchestra sinfonica di 60 elementi, realizzando un concept album che, come dichiarò Francesco, “Sintetizza la nostra idea di tempo: è il passato che appare nel presente. Ma oggi anche il futuro è un fantasma, non ha i contorni definiti che avrebbe avuto 25 anni fa”. In ogni canzone c’è il passato che ritorna (Cristina, Il Futuro), le paure del presente (La Natura, Radioattività), ma anche inni disperati e definitivi sull’amore (Nessuno, La Morte Non Esiste Più).
Un anno fa

Finisce la mia storia con una ragazza, da cui ero molto preso. Nello stesso periodo esce L’Amore e la Violenza, e l’associazione è immediata. Amanda Lear, Basso e Batteria e La Vita sono canzoni sofferte e molto sentite, in quanto marcatamente autobiografiche  ̶ Francesco è stato lasciato dalla compagna con cui ha avuto una bambina. Tutto l’album gioca sul tema dell’amore vissuto nonostante il periodo buio attraversato oggi dall’occidente (gli attentati, il terrorismo, la paura e diffidenza nei confronti del prossimo). Francesco scrive un pezzo dedicato a sua figlia piccola (Ragazzina) e in L’Era dell’Acquario ci ricorda che, nonostante tutto, Torneremo a fare l’amore, vedrai / A guardarci dritto negli occhi / Ci si abitua a tutto / Alle bombe, alle esplosioni, alla storia, al calendario.
Nei periodi trascorsi tra un album e il successivo ho avuto tutto il tempo di ascoltare anche il Sussidiario Illustrato della Giovinezza e La Moda del Lento. Il primo è il racconto di un’adolescenza torbida, sporca e noiosa. Il secondo è figlio di un amore finito. Ed eccoci a noi, oggi. 
Si è scritto tanto su questo Volume 2. Prima bene, dicendo che è un “sussidiario illustrato della maturità”, poi molto male, accostandolo al fenomeno del nuovo pop italiano tanto in voga oggi. C’è da ammettere che le sonorità sono effettivamente cambiate; si va dagli echi dei film horror ‘70 (John Carpenter e i Goblin), al britpop (i Pulp) fino all’elettronica d’autore (i Kraftwerk). Tutti i pezzi oscillano tra l’amore perso (La storia insegna che sei fatta per me / Ma ho dichiarato guerra, è colpa mia) e quello ritrovato (il palese omaggio a Perfect Day di Lou Reed che è Baby, Vedi? Non sono triste come ti aspettavi / Non sono gli altri uomini che amavi / E dammi tempo e non mi abbandonare / Perché senza di te non so che fare). 
È stato detto che i brani sono stati registrati in fretta e furia, che sono rimaneggiati ed incompleti, che i testi non sono metricamente perfetti e che, in sostanza, ci sia stato troppo poco lavoro dietro questo album. In verità è stato lo stesso Bianconi a mettere le mani avanti, usando come sottotitolo “dodici nuovi pezzi facili”: sono tutti brani registrati durante l’ultimo tour (alcuni, forse, anche prima), attraverso i quali il cantautore di Montepulciano ha sentito l’urgenza di comunicare il suo personale momento di difficoltà. 
Il punto, secondo me, è proprio questo. Nel primo volume c’era l’amore nella violenza, qui la violenza nell’amore. Perché se è vero che perdere l’amore a vent’anni è doloroso, deve esserlo molto di più perderlo a quaranta (e io, che faccio trent’anni fra due primavere, mi fido di Bianconi). Il salto è stato quello di passare da La Moda del Lento, liberamente ispirato al romanzo “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq (oltre che a una storia finita tra Francesco e la sua fidanzata di allora), in cui Essere depressi oggi / Provoca troppi dibattiti / Essere perduti oggi / Dura solo pochi attimi, al Minotauro di Borges, in cui è stato preso spunto dal racconto “La casa di Asterione” dello scrittore argentino, dove Che brutta storia esser liberi dentro / La solitudine dei corridoi / Essere liberi e uomini mai…Sono una bestia e adesso sai / Che non appena incontrerai / Il minotauro morirai, è un atto definitivo di accusa a se stessi, la lancia che penetra nel costato. È l’amore che si nega, la scelta di non scegliere per destinarsi ad un eterno vivere: il mostro del labirinto attende la sua sfortunata vittima (la persona amata, che lo ricambia) per divorarla (privandola cioè del suo amore) e così tornare solo. 
Ed ecco che cadono tutti i veli, il re è nudo. È Francesco che si sta guardando allo specchio, per poi rivolgerlo verso chi, Nelle stanze infinite / Di questa casa nascosta agli dei, è destinato a riconoscersi nella figura del minotauro. Vedo riflesse nello specchio alcune persone che ho conosciuto, e forse ci sono anch’io.

 

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La sera prima della presentazione alla RED avevo casualmente ritrovato “La resurrezione della carne” (il secondo romanzo di Bianconi). Lo tenevo sepolto sotto una pila di vecchi libri; letto solo da mia madre, io non lo avevo mai aperto. Lo sfoglio e vedo che nella prima pagina sono segnate, a matita, le pagine 47 e 48. Le leggo e mi colpisce un dialogo: 
“Mi piace il cielo stellato perché di fatto non esiste.” “Cioè?” “Ogni combinazione di stelle, ogni costellazione, è una nostra invenzione. Un’approssimazione umana. Vediamo un Carro che non c’è. Le stelle che lo compongono non sono mica così vicine fra loro. Lo sembrano grazie a un punto di vista e alla fantasia. Non c’è la terra e non c’è il cielo, non c’è il paradiso e non c’è l’inferno. C’è quello che vogliamo. Per questo credo di essere, alla fine dei conti, una persona felice. So che tutto è irreale, inventato.”
 Il giorno dopo porto con me anche il libro. Alla fine dell’intervista vado con Andrea a farmi autografare il disco, e lo porgo a Francesco insieme al romanzo. Gli chiedo di dedicarlo a Lia, che è mia mamma: “L’ha letto e sul finale si è commossa.” “Ringraziala e salutala da parte mia.”

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