BAUSTELLE AL POLITEAMA PRATESE

“I fantasmi non esistono, li abbiamo creati noi, siamo noi i fantasmi.” cit. Eduardo De Filippo in Questi fantasmi!, 1946

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Baustelle

Baustelle arrivano nella “città delle puppe a pera” (testuali parole di Francesco Bianconi) e chiudono il tour in Toscana, cosa di cui risultano essere molto contenti: “siamo a casa, è come passare le feste in famiglia” ci dice sempre Bianconi dal palco del Politeama Pratese.

Io me lo immagino lì Francesco, estraniato ma allo stesso tempo cosciente del mondo che abita, che legge SchopenhauerLeopardi e Allan Poe e pian piano porta alla luce Fantasma, non un disco ma un kolossal, pieno di musica e arrangiamenti, mille sfumature e centomila possibili letture.

Ed eccoci al 28 dicembre 2013, la data ultima del Minimal Fantasma TourMinimal (“suona fighetto ma rende bene l’idea”) perchè a 10 mesi dalla pubblicazione di Fantasma, i Baustelle hanno sentito, “come nei film porno, un irrefrenabile bisogno di spogliarsi” dalle vesti lussureggianti che avevano caratterizzato un lavoro che ha segnato una svolta verso la musica classica. Tra citazioni di Mahler e Messiaen, un’orchestra sinfonica e un nutrito gruppo corale vi hanno rivestito canzoni molto articolate e assimilabili a moderni lieder. Un progetto di enorme portata che in questa ripresa del tour è, reso in forma appunto minimalista, con strumenti acustici e il quartetto AltriArchi al posto dell’orchestra.

“Abbiamo pensato di farne una versione più intima e cameristica” aveva spiegato Francesco Bianconi che è anche l’autore dei testi, visionari e ricchi di citazioni letterarie, di quasi tutte le canzoni dell’album, che hanno come filo conduttore il tempo. “Se ne era parlato anche per altri nostri album, ma questo è il nostro primo concept album volontario. In realtà più che concept, che mi fa pensare a certi dischi del progressive che ho detestato, preferirei parlare di una raccolta di canzoni a tema. Un po’ come quelli di De André, come Non al denaro, non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato, che ritengo tra i più bei dischi della musica italiana di tutti i tempi.”

Il concerto si apre con due dei più suggestivi brani di Fantasma che sono Il Futuro, che cattura con alcune tra le immagini più riuscite dell’album la consapevolezza della transitorietà delle nostre vite e Nessuno, un vero e proprio manifesto nichilista: film perfetti che sembrano fissati nello spaziotempo della loro molteplicità di sfaccettature possibili come dipinti di Edward Hopper.


Poi si passa a Radioattività, un canto di disperata speranza e a Cristina che altro non è che lo spiazzante incrocio tra un samba e un galop. Bastano quattro pezzi per capire che i Baustelle si confermano cantori delle nostre fragilità, della inconsistenza di ogni certezza, della vacuità di ciò di cui ci circondiamo. Ovviamente i Baustelle non si sono limitati a portare sul palco le canzoni dell’ultimo album ma ci hanno regalato anche nuovi arrangiamenti per pezzi tratti da La Moda Del Lento che “completamente alla cazzo” e per pura casualità, dopo un tira e molla durato tre anni, è stato ristampato dalla Sony proprio nel decennale dell’uscita. E allora ci hanno deliziato con Reclame e la title track La Moda Del Lento.

Ma non si sono fermati qui e hanno affrontato in chiave sinfonica e cameristica anche brani tratti da La Malavita, da Amen e anche da Sussidiario Illustrato Della Giovinezza. Ed ecco allora che ci vengono proposte Perché Una Ragazza Di Oggi Può UccidersiAeroplano cantata splendidamente da Rachele Bastreghi che compone, insieme a Claudio Brasini la formazione stabile del gruppo.

E ancora abbiamo Corvo Joe e Sergio, lo “scemo del villaggio” di cui i bambini di Montepulciano ridevano, inconsapevoli delle atrocità che lo stesso Sergio aveva subito nell’infanzia, recluso in un ospedale psichiatrico. Poi i Baustelle ci riprendono per mano e ci portano tra “le mute tombe del Monumentale” di Milano, ci portano a trovare Dio e Montale, ci esortano a lasciar perdere “i programmi coi talenti, i palinsesti, i salotti e le baldracche, i dibattiti, la rete” e tracciano un disegno ben preciso, ci danno un’idea della realtà e dell’irreale. Saltando tra i brani dei loro diciassette anni di attività, i Baustelle trovano lo spazio per fare anche tre splendide cover: si tratta di Stranizza D’Amuri di Battiato, cantata in siciliano, e di due traduzioni fatte proprio da Bianconi delle canzoni My Autumn’s Done Come di Lee Hazlewood e Lady Of A Certain Age dei The Divine Comedy che diventano rispettivamente Il Mio Autunno e Signora Ricca Di Una Certa Età.

Dopo la meritata pausa tornano sul palco, accompagnati da una pioggia di meritatissimi applausi e ci donano quattro pezzi storici del loro repertorio: si passa dalle vie di Milano di Un Romantico A Milano alla stanza coi poster di “donnine pornografiche” de La Canzone Del Riformatorio. Poi è la volta di Gomma e di La Guerra È Finita. I Baustelle danno la buonanotte e tornano dietro le quinte travolti da una valanga di applausi. Si ripresentano poco dopo, ancora una volta. Stavolta si siedono e iniziano a snocciolare saluti e ringraziamenti (con un plauso particolare per Enrico Gabrielli che ha curato gli arrangiamenti del disco e dei live) per poi finire la splendida serata con Charlie Fa Surf, ed è a questo punto che si alzano in piedi e si prendono un meritatissimo quarto d’ora di applausi ininterrotti.

Ci hanno donato uno spettacolo incredibile, suggestivo e a tratti commovente. Morte e pop, “sesso orale e santità”. Questo è quello che ci offrono e l’effetto è vertiginoso, di incredibile intensità e inenarrabile bellezza. I Baustelle si dimostrano ancora una volta mai presuntosi, sempre ambiziosi. Attraversano generi e aggettivi senza fermarsi, e sono immensi e maturi più che mai. Le loro canzoni sono femmine fatali. Ti avvolgono e ti cullano per poi accompagnarti in un viaggio che difficilmente ti potrai scordare. Un live di pregevole fattura nato da un album che si è attestato alle prime posizioni per quanto riguarda i migliori album italiani di questo, ormai passato, 2013 in cui echi del melodramma orchestrale alla Ennio Morricone convivono con le dissonanze che ricordano lo stile di Igor Stravinsky, l’impressionismo di Claude Debussy e Maurice Ravel, la poetica di Fabrizio De André e Leonard Cohen. I Baustelle non hanno smesso di stupire e tutto questo è monumentale.

Continuate così, la musica italiana ha bisogno di artisti come voi.