ALL EYEZ ON ME. TUPAC E LE (SOLITE) OCCASIONI MANCATE

Quando sono andato a vedere All eyez on me, il film su Tupac, le aspettative erano basse e sono state ampiamente rispettate, anche se un certo amaro in bocca mi è rimasto, non tanto per la penuria della pellicola quanto per alcune occasioni intuite e mancate.

 

Locandina All eyez on me

Locandina All eyez on me

 

Chiariamolo subito: All eyez on me è un film senza arte né parte. Retorico e piatto, con due o tre visioni intelligenti negli intenti ma monche negli sviluppi. Da qui l’amaro.

La scelta di affidare la regia di una biografia così sfaccettata e ricca a un regista (quasi) esordiente sui lungometraggi non ha giocato a favore della produzione. Benny Boom aveva a curriculum film come S.W.A.T.: Firefight e Next Day Air, non certo il massimo, ma il suo passato come regista di videoclip rap deve aver convinto la produzione. O forse è stata la scelta dell’attore Demetrius Shipp Jr., che è fisiologicamente identico a Tupac. Il giovane fa la sua parte, ma non eccelle. È un buon mimo del rapper, ma non ne ha il carisma. Dispiace, certo, perché di Tupac affascina proprio il carisma e l’energia.

Sui restanti interpreti di Biggie Small, Snoop Dogg, Dr.Dre o qualunque altro personaggio abbia gravitato attorno alla vita filmica di Tupac, davvero poche parole: sembrano messi lì per dovere di cronaca, e se al posto di persone in carne e ossa avessero usato sagome di cartone non credo ci saremmo accorti della differenza. E anche questo dispiace, assai. Perché se posso sorvolare sul fatto che un attore non trasmetta fedelmente il carisma di Pac, mi viene difficile accettare una ricostruzione biografica che non dia risalto a personalità che hanno influito, anche in maniera decisiva, sulla vita del rapper. A partire dalla relazione con la madre, grossolana e noiosa, o all’amicizia con Notorious e la Bad Boy che ha scandito il periodo newyorkese, qui giusto accennata in maniera confusa, o ancora i rapporti con Mutulu Shakur e Kidada Jones, al limite sindacale. Persino Suge Knight, dove non è bastava copiare l’interpretazione di Marcus Taylor per Straight Outta Compton a ricreare (e non solo mostrare) il controverso rapporto d’amicizia col rapper.

 

Una scena di All eyez on me, tra metacinema e ricostruzione biografica

 

La ricostruzione storiografica è invece pressoché fedele, anche se non mancano alcune licenze narrative, ma fosse questo il motivo di pignoleria sarei tornato stasera stesso al cinema. Nella sua fedeltà cerca di non tralasciare nulla, di coprire gli snodi principali della carriera del rapper e nel farlo sorvola su tutto senza mai entrare nel dettaglio, evitando di dare valore alla pellicola. Il film non si espone, non prende nessun punto di vista sulla vicenda, non lascia intendere un’idea del regista rispetto alla morte di Tupac. Nel voler accontentare tutti non riesce ad accontentare nessuno, eccetto la memoria di chi (in vita o meno) ha vissuto attorno a Tupac, e un non troppo celato fan-service del regista stesso.

A questo punto è doveroso fare una riflessione, perché l’approccio cerchiobottista l’abbiamo già visto in un altro prodotto simile (seppur migliore): Straight Outta Compton, la biografia degli N.W.A. Approccio di facile comprensione: la vita dei rapper americani è molto spesso controversa e contraddittoria, e questo vale ancora più per il rap degli anni 90.

Il gangsta rap, di cui furono portavoce gli N.W.A., e di cui più avanti fece parte anche Tupac nasce in reali contesti di delinquenza e gang di strada, e Suge Knight, così come la sua etichetta Death Row, non erano lontani dall’essere un’associazione criminale di stampo mafioso (Suge in All eyez on me ripete sempre “la death row è una famgilia”, “siamo una famiglia”, e in una scena fa capire a Tupac che non sono solo i dischi il core business della Death Row). E Tupac della Death Row faceva parte. E Tupac quale fosse il core business della Death Row lo sapeva (tutto questo nel film appare ma viene trattato con un aspetto di stampo “criminalità hollywoodiana”, priva di un reale dramma).

E qui il compromesso, perché secondo il punto di vista che si sceglie di narrare, il messaggio è chiaro: artista o delinquente. Tracciare le sfumature è molto complesso, se poi queste devono pure essere riportate in un blockbuster. E se trovare la mediazione nel film Straight Outta Compton è stato forse più semplice (del resto è sul vissuto delinquenziale che gli N.W.A. hanno fondato il successo), in quello di Tupac meno, proprio perché se non è stato solo il lato delinquenziale a renderlo famoso e apprezzato, non si può negare che sia stato il pilastro della sua poetica.

 

Una scena di All eyez on me, Tupac e alcuni amici si passeggiano per le vie del centro

 

Questo aspetto viene colto dal regista nella prima parte della pellicola, esposta tramite un’espediente narrativo semplice ma efficace: l’intervista. Il film prende il via nel 1995, anno in cui Tupac si trova in carcere con l’accusa di molestie sessuali. Qui viene a trovarlo un giornalista, che nell’intervistarlo ripercorre i tratti salienti della vita di Pac, dall’infanzia all’incarcerazione. Questa scelta narrativa permette al regista di avanzare riflessioni e lanciare spunti allo spettatore, e ci riesce per ben tre volte.

Sorvolando sulla ricostruzione dell’infanzia e dell’adolescenza, che sembra tratteggiata come un videoclip musicale (sembra che il regista voglia richiamare il Bronx di The get down, eccentrico e colorato. Ma se in The get down quella scelta ha un senso narrativo – oltre che estetico –, in questo film appare decisamente fuori contesto) in cui Tupac appare come un fiore cresciuto nel letame: ama la madre, si prende cura della sorella, recita Shakespeare, non si droga ed è un romanticone; mentre attorno a lui il mondo si mostra in tutta la sua brutale violenza (lo sa bene il giovane di Baltimora che, fischiettando col tono di chi se la cerca, passa davanti al patrigno di Pac).

Ora, può anche essere che Tupac fosse davvero un ragazzo modello (non lo so, non ci metterei la mano sul fuoco), ma a un certo punto anche il regista si deve essere reso conto che tutto questo eccesso di “buonismo” gli si poteva rivoltare contro, così, con un paio di voli pindarici, arriviamo alla fase della Thug Life (siamo nel periodo dei primi quattro dischi ufficiali), espressione da lui coniata come slogan della rivoluzione nera contro l’opprimente sistema bianco. Tupac sta raccogliendo (non troppo consciamente, come si capirà poi) il testimone lasciato della madre, ormai tossica. Va anche a parlare con Mutulu in carcere, che gli dirà di vedere in 2Pac il nuovo profeta che può unire rivoluzionari e gang di strada sotto un unico messaggio.

A questo punto il giornalista chiede a Pac come diavolo gli fosse venuto in mente di portare avanti una rivoluzione sociale utilizzando messaggi negativi. Perfetto. Ecco che viene aperta quella porta che, una volta attraversata, avrebbe reso questo film un piccolo gioiello, dotandolo di un punto di vista perfetto per una biografia rap. Ma il regista decide di chiudere e non indugiare oltre. Eppure il senso della figura di Tupac era lì. Perché diciamocelo, la grandezza di Tupac non sta solo nei suoi testi, nella sua intelligenza e cultura, nelle sue lotte; la grandezza di Pac sta nel fatto che lui incarna perfettamente tutta l’ambivalenza della musica rap, o della cultura hip-hop: un movimento che nasce come protesta per le condizioni dei ghetti in cui gli afro-americani vivono, ma che presto, per il gusto di un pubblico trasversale (nero e bianco) diventa stereotipo di se stesso, perché quei problemi che porta alla luce diventano le parti in gioco determinanti per il successo della musica stessa, e quindi perpetrate come tratti di cui non si può fare a meno. Se non ci credete, guardate la serie tv Atlanta.

 

Una scena di All eyez on me, Afeni Shakur vuol strozzare il figlio dopo l’esito del processo

 

Il secondo momento del film in cui si accenna questo, è quello in cui Pac va a firmare per la Interscope Record. I due bianchi incravattati, che rappresentano l’ultimo muro tra i gusti di un pubblico benestante e l’esponente di una nuova ondata musicale afro-americana, cercano di non far mettere nel disco la canzone Brenda’s got a baby, perché troppo triste (e, sottintendono, storia falsa), eppure Pac li convince che la pensano così solo perché non capiscono la cultura degli afro-americani, figlia del cotone, della persecuzione razziale e privata del sogno americano.

Solo comprendendo e accettando quel contesto socio culturale una canzone come Brenda’s got a baby potrà essere apprezzata. E il contesto a cui fa riferimento Tupac è quello della vita nel ghetto, cuore della musica rap. Ma Pac non si rende forse conto, almeno a vedere il film, che quella comprensione non verrà metabolizzata dal pubblico bianco, ma al massimo identificata come il registro su cui quella stessa musica si svilupperà sino a scalzare rock e pop dal podio delle classifiche, a prescindere dalla bontà o meno del messaggio.

Questo è un passaggio chiave, che può trovare ulteriore riconferma nel libro Il rap spiegato ai bianchi di David Foster Wallace (libro che caldamente consiglio a chiunque apprezzi il rap). Al capitolo D.(2E) Wallace fa un’analisi semantica del verso d’apertura di Yo! Bum Rush the show di Chuck D (Public Enemy), in cui il rapper dice «i show you my gun/My uzi weights a ton».

La parola “Uzi”, spiega il rapper, è una metafora della musica rap di cui è portavoce. Questa registro, ci spiega Wallace, altro non è che il ribaltamento dell’uso metonimico della parola, tanto caro alla musica pop-rock per aggirare la censura: cioè l’uso della parola “amore” al posto di “cazzo”, per fare un esempio. Il rap fa l’opposto. Non usa “dolci metafore” per far passare un concetto forte, ma enfatizza la violenza per far passare un messaggio già politicamente scorretto in partenza, col risultato di diventare puro spettacolo e intrattenimento, accettato da un pubblico famelico di trasgressione e da un’industria discografica conservatrice ma che non vuole mostrarsi contraria alla musica nera.

A ulteriore riprova di questo, arriviamo al terzo momento alto del film, in cui un gruppo di femministe nere critica duramente la musica rap per il suo linguaggio poco indulgente verso il gentil sesso. Irritato dalla critica, Tupac scrive una canzone elogio alle donne, priva di qualsiasi appellativo misogino e sessista, e la canta davanti a un colto pubblico composto da studentesse universitarie. Il regista sembra volerci confermare il messaggio per cui 2Pac è una persona rispettosa delle donne, e che l’accusa di violenza sessuale che lo fece incarcerare nel 1993 non era fondata. Se ciò sia vero o meno (lasciamo il beneficio del dubbio), non cambia l’evidente dissonanza tra l’uso di un certo linguaggio e la percezione della realtà del rapper.

 

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Una scena di All eyez on me, Tupac si rilassa dopo una giornata di lavoro

 

Purtroppo tutti questi elementi vengono solo accennati e mai approfonditi nel film, eppure sarebbero stati ottimo materiale da sfruttare nella seconda parte della pellicola, quella in cui abbandoniamo la ricostruzione del giornalista per seguire direttamente Tupac dalla scarcerazione, al soggiorno nella West Coast sotto la Death Row record, sino alla morte.

Da qui in poi il film frana del tutto, e sembra che il regista perda il controllo della storia e dei personaggi, cercando di seguire, e mostrare, la traccia dell’autodistruzione messa in moto da un sistema che vuole distruggere Pac e per cui la madre l’aveva sempre messo in guardia. Ma il tutto si risolve nella rappresentazione della cafona ostentazione di se stesso che, effettivamente, Tupac aveva messo in piedi a Los Angeles, ma affrontandola solo da un punto di vista estetico e mai personale. C’è poco, se non nulla, spazio per sviluppare le manie di persecuzione, la rabbia contro la Bad Boy e Biggie, la faida Est e West coast spalleggiata dai giornali, l’amicizia con Snoop Dogg e i rancori con Dr.Dre, i loschi affari di Suge Knight e i tragici eventi di quella notte a Las Vegas. Peccato.

Il film precipita, e con esso il suo protagonista, ormai svuotato di ogni profondità e diventato un burattino che si fa mettere in scena per l’ennesima volta, arrivando alla sua morte senza riuscire a rappresentare degnamente ciò che era: la musica rap in tutto il suo fascino e le sue contraddizioni.