ATHLETIC RV. STORIE DI UOMINI E SPORT – STEVEN GERARD

Steven Gerrard lascerà il Liverpool al termine della stagione.

«Questa è stata la decisione più difficile della mia vita. Con la mia famiglia ne abbiamo parlato per un bel po’ di tempo. Lascio la Premier, non giocherò per un club concorrente, non sfiderò il Liverpool, una cosa che non avrei potuto mai contemplare.»

La prima volta che ho sentito questa notizia non potevo crederci. Steven non è soltanto il capitano del Liverpool, l’idolo della Kop. È molto di più. Per capirlo bisogna tornare indietro diversi anni, fino a quando il piccolo Steven aveva nove anni e giocava nel Whiston. Arrivarono richieste da diverse squadre della zona, tra cui Everton, Manchester United e Liverpool. Steven e la sua famiglia non ebbero dubbi: Red or dead. Fu così che il giovane Gerrard crebbe nelle giovanili della squadra dei suoi sogni assieme a un altro grande del calcio inglese, Michael Owen. Lo schema sempre lo stesso: palla a Gerrard, lancio sui piedi di Owen, gol dei Reds.

Il piccolo Steven viveva di calcio, respirava calcio, ci giocava in continuazione, anche nel campetto dietro a casa, tra cespugli pericolosi e immondizia. Fu lì che si tagliò un dito. Il medico disse che andava amputato, carriera finita prima ancora di iniziare, ma venne fermato in tempo da un responsabile del settore giovanile del Liverpool, chiamato dalla famiglia.

Gli anni passano, arriva il 27 settembre 1999, giorno del derby: Liverpool-Everton. Il Liverpool può contare su campioni del calibro di Fowler, Owen, McManaman e Dieter Hamman. L’esito dell’incontro appare scontato. Come da tradizione inglese, la partita parte subito a ritmi altissimi ma, a sorpresa, sono gli ospiti a passare in vantaggio dopo soli quattro minuti, con Kevin Campbell. Steven non è in campo, al suo posto giocano Hamman e Redknapp. Lui ha soli 19 anni e deve soffrire dalla panchina. La partita diventa incandescente e dopo una rissa viene espulso un giocatore per parte. L’Everton riesce a tenere il risultato. A meno di mezz’ora dalla fine, Gérard Houiller rompe gli indugi: è il momento di Steven. Lui sembra non sentire troppo la pressione e si fa subito notare con un tackle duro, un tiro dalla distanza e qualche bella giocata. Il Liverpool non riesce a sfondare e la tensione è palpabile. Nel forcing finale i Reds le provano tutte, ma gli sforzi sono resi vani dalla difesa ospite. Al minuto 91 il fattaccio: l’Everton recupera il pallone e cerca la ripartenza, Steven si butta per fermare l’attaccante con un’entrata scomposta: cartellino rosso, il primo della carriera. Esce sconvolto, ma già si poteva intuire di che pasta fosse fatto.

 

Steven Gerard

 

Gli anni passano, così come i derby, i giocatori e gli allenatori ma Steven è sempre lì in mezzo al campo a guidare i suoi. Adesso ha la fascia di capitano. Esserlo, per lui, è un onore, significa non mollare mai ed essere d’esempio per i compagni, come accade nella notte di Istanbul, la notte della rimonta contro il Milan stellare di Nesta, Maldini, Pirlo, Kakà. Sheva, Crespo. Fine del primo tempo, i Reds sono sotto di tre reti. Al rientro negli spogliatoi Steven è sul lettino del massaggiatore. Il responso del medico è chiaro: deve essere sostituito, non può rientrare in campo. Rafa Benitez prepara il cambio. Nessuno crede nella rimonta. Ma dagli spalti, per tutto l’intervallo, riecheggia il coro simbolo dei Reds: You’ll never walk alone. Quando i suoi compagni di squadra attraversano il tunnel Steven li raggiunge. «Io vado in campo. Non abbandono una finale di Champions League. Non ho paura dell’infortunio, voglio vincerla.» La carica del capitano viene recepita da tutti i giocatori del Liverpool. Al 9′ della ripresa, Riise dalla sinistra crossa verso il centro area per il capitano che, di testa, la mette all’angolo sinistro di Dida: 3 a 1. Il capitano chiede al suo pubblico di aumentare il sostegno. Il resto è storia. Voci di corridoio dicono che il Milan fosse deconcentrato, che avesse già stappato le bottiglie di champagne nello spogliatoio durante l’intervallo. Se tutto ciò sia vero non lo sapremo mai. Quello che si sa è quello che passava per la testa di Steven durante quei quindici minuti, come ha scritto nella sua autobiografia: «Durante l’intervallo di quella finale certi giocatori rossoneri rientravano con un ghigno. Gattuso era uno di quelli. L’ho visto. Ma vaffa… Un altro paio di milanisti salutava a braccia levate tifosi e amici, mi hanno schifato. Come il tunnel di Pirlo poco prima dell’intervallo, mancanza di rispetto. D’accordo, il Milan ci stava stracciando, ma non ci si deve mai comportare così. Quando sono tornato nello spogliatoio schiumavo: questi str… credono sia tutto finito. Ma si sbagliano.»

Strana la carriera di Steven. Con la maglia del Liverpool ha vinto due FA Cup, tre coppe di lega, una Coppa Uefa, una Champions League, ma mai la Premier, neanche quando sembrava a porta di mano. È il 2014. Bisogna battere il Chelsea di Josè Mourinho. L’Anfield è una bolgia e la Kop urla come non mai. Sentono il traguardo vicino. Il primo tempo non si sblocca. Manca un minuto all’intervallo quando Sakho passa il pallone a Steven a centrocampo. Un pallone come tanti, ma il capitano inciampa. La palla rotola sull’erba, nella terra di nessuno. Demba Ba la fa sua e si invola verso la porta portando i Blues in vantaggio. Gerrard prova a inseguirlo, ma riesce ad arrivare sul pallone solo quando questo è in fondo alla rete. Lo afferra, corre verso il centrocampo, ma dopo pochi passi rallenta. E mentre i suoi ricominciano a giocare si passa una mano sulla testa. Il Liverpool, in quell’istante, perde il campionato.

Il Chelsea e Josè Mourinho. Ancora loro. Nel 2005 l’allenatore portoghese voleva il capitano dei Reds nel suo centrocampo, al fianco di un altro dei più grandi centrocampisti inglesi: Frankie Lampard. Non fu un periodo facile quello, le voci erano insistenti e lui rimandava il confronto con i media: c’era una finale di Champions League da giocare e da vincere (proprio quella dell’epica rimonta contro il Milan). Il 27 febbraio di quell’anno Chelsea e Liverpool si affrontarono durante la finale della Carling Cup. Era la prima volta che Steven portava il suo Liverpool ad una finale di coppa. I Reds erano in vantaggio per 1-0 quando, verso la fine del match, Steven segnò un autogol che portò la partita ai supplementari. Alla fine fu il Chelsea a sollevare il trofeo.Prima della premiazione tutti videro Mourinho consolare Steven in mezzo al campo. I tifosi del Liverpool allo stadio cominciarono a insultarlo, arrivando a sostenere che avesse giocato male di proposito, dato che si stava per accordare col club di Abramovic. La situazione si aggravò quando, nonostante la vittoria della Champions League, il rinnovo del contratto tardò ad arrivare. Alcuni tifosi bruciarono la sua maglietta davanti all’Anfield. Fu quello il momento in cui Steven, il capitano, l’anima dei Reds, pensò seriamente di cambiare aria. Chiamò suo padre e suo fratello, nelle cui vene scorre lo stesso sangue rosso Liverpool. «Che faccio?», chiese. «Non andartene, non lasciare la squadra che ami.». A dirgli così non era solo il padre preoccupato che il figlio facesse la scelta giusta, era tutta la Kop. Tutto Anfield. «Avrei potuto guardare il padre che adoravo con gli stessi occhi?» scrive Steven nella sua autobiografia riferendosi a quei giorni. «Avrei potuto guardarmi ancora allo specchio? Gesù, quante cazzo di domande. Potevo abbandonare la Kop? Avrei davvero potuto indossare una maglia del Chelsea e affrontare il Liverpool davanti alla Kop? Pensaci, Stevie. Pensaci bene. […] No. No. No. Sapevo che al Chelsea avrei avuto grandi opportunità, ma il mio cuore non mi avrebbe fatto lasciare Liverpool.»

 

Steven Gerard

 

Fu così che scelse di restare, perché le radici di cui parla sono radicate molto a fondo, legate ad una data: 15 aprile 1989. Il giorno della tragedia di Hillsborough. I Reds giocavano la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest. A pochi minuti dall’inizio la massa di persone che premeva fuori dallo stadio era enorme, cosicché la polizia aprì il “Gate C”. Pessima idea: mentre la parte centrale della curva si riempiva, la gente già presente si ritrovò chiusa in una sorta di imbuto. In breve gli spettatori furono schiacciati verso le pareti laterali e le recinzioni che dividevano gli spalti dal campo. In novantasei morirono soffocati e calpestati, altri duecento rimasero feriti. All’epoca Steven aveva nove anni e, mentre guardava i corpi senza vita alla tv, provò un senso di vuoto, sperando non ci fosse nessuno di sua conoscenza. Il mattino dopo però, la brutta notizia: Steven venne svegliato dal nonno, venuto a casa sua per parlare alla famiglia. «Jon-Paul è morto.» Jon-Paul era il cugino di Steven e quel 15 aprile aveva solo dieci anni. Steven, che aveva appena cominciato a giocare nelle giovanili, pensò di smettere ma, negli anni che seguirono, i genitori di Jon-Paul lo incoraggiarono: «Tuo cugino sarebbe orgoglioso di te.» Da allora, ogni volta che scende in campo con la maglia del Liverpool, Gerrard pensa che lassù, da qualche parte, Jon-Paul stia facendo il tifo per lui, con tutta la Kop, ad Anfield, per sempre, anche adesso che ha deciso che la maglia che avrà indosso nelle prossime stagioni non sarà più quella dei Red. Ma si sa, il colore della maglia può cambiare; quello del sangue sarà sempre Rosso Liverpool.

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