EMMANUEL CARRÈRE: VITE CHE NON SONO LA MIA

Emmanuel Carrère ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto

Emmanuel Carrère ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto

 

Ho avuto la fortuna di conoscere Emmanuel Carrère durante un corso di giornalismo. Non ho conosciuto lui di persona, ma un suo libro, Limonov, di cui il professore ci consigliò la lettura per approfondire il tema dell’autofiction, genere letterario ambiguo e dai confini labili, la cui spiegazione richiederebbe un articolo a sé stante.

Ci limitiamo a dire che le sue origini vengono fatte risalire allo scrittore francese Serge Doubrosky, e alla sua opera Fils del 1977, scritta in contrapposizione alle polemiche che sancivano “la morte dell’autore”. Altri includono in questo filone narrativo anche l’americano Truman Capote (conosciuto come il pioniere del New Journalism) e il suo famoso A sangue freddo del 1965, scritto per dimostrare di non essere un autore ormai giunto al tramonto: la storia gli darà ragione. Per altri ancora l’autofiction è da sempre esistita. La definizione più usata è: genere letterario in cui l’autore si muove in bilico tra l’invenzione e l’autobiografia, la cui caratteristica principale è l’Io narrante, che coincide con l’autore stesso.

È chiaro come una definizione del genere apra le porte a un’infinità di autori molto differenti tra loro: lo stessoHemingway potrebbe farne parte? Ma, tralasciando questa sterile spiegazione, torniamo a Carrère.

 

Scrittore e regista parigino, ha raggiunto una grossa fetta di lettori in Italia grazie alla pubblicazione del sopracitato Limonov (Adelphi, 2012), opera che, in un connubio di autofiction e new journalism, ricostruisce la vita di Eduard Limonov (pseudonimo di Eduard Savenko), colui che, per dirla con le parole dell’autore:

è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico a Manathan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei balcani; e adesso[…]capo carismatico di un partito di giovani desperados” (il Partito Nazional-Bolscevico, attualmente fuorilegge, di cui Limonov è stato fondatore, ndr).

O, più sinteticamente:

L’eroe che ha avuto una vita di merda” (parole dello stesso Limonov, foto qui sotto a destra).

Limonov

Limonov

È complesso descrivere quest’opera: un misto tra biografia, reportage giornalistico e romanzo, ci lascia costantemente perplessi, combattuti, attratti e schifati allo stesso tempo dalla vita di un personaggio (o meglio, personalità) a metà strada tra l’eroe romantico, il poeta maledetto, l’anarchico ora e l’estremista politico dopo, e per non farsi mancar nulla il mercenario di guerra. Carrère, nostra guida durante questo folle ma reale viaggio, è l’Io narrante che non si limita a mostrare il mondo di Eduard (e della Russia degli ultimi trent’anni), ma lo vive assieme a noi, e più volte questo mondo e questa storia diveranno spunto di riflessione e analisi della vita di chi scrive, e di chi legge. È questa la forza narrativa di Carrère, supportata da una prosa semplice, minimalista e capace di arrivare dritta al cuore dei problemi, senza fronzoli o timore di toccare argomenti scomodi.

 

 

Una forza che nel libro Vite che non sono la mia (Einaudi, 2013) accresce in maniera esponenziale. Qui l’autore sveste i panni del giornalista e dello storico, per indossare unicamente quelli del testimone. Come in Limonov, Carrère ci ci porta dentro fatti realmente accaduti, appartenenti questa volta alla sua vita privata:

”Nel 2004, durante le feste di Natale, Carrère è in vacanza con la famiglia nello Sri Lanka. Sono i giorni in cui lo tsunami devasta le coste del pacifico. Tra le migliaia di morti c’è anche Juliette, la figlia di quattro anni di una coppia di connazionali a cui Carrère[…]si lega. Qualche mese dopo, al ritorno in Francia, la sorella della compagna dello scrittore viene colpita da una recidiva del cancro di cui già aveva sofferto da ragazza. Ha trentatré anni[…]e sta morendo.”

Sotto i nostri occhi le pagine si animeranno delle voci di familiari e amici dell’autore, dando vita alla straziante testimonianza di un dramma vicino alla vita di tutti noi. Il lettore, alla pari dei protagonisti, sarà messo a nudo davanti a ciò che, più di ogni altra cosa, accomuna gli esseri umani: vita, amore, malattia e morte.

vite che non sono la miaVite che non sono la mia lo si può definire come l’affresco di una tragedia, il ritratto della natura umana davanti all’ineluttabilità della vita.

Senza scadere nel moralismo o nel melodramma, trovano spazio intense riflessioni sui rapporti tra le persone, su come esse amano e affrontano malattia e morte. La penna dello scrittore riporta la calma in frammenti di esistenza dominati dal caos, li riordina e li ricostruisce, e ciò che vien fuori sono pagine toccanti e commoventi, che trasudano umanità genuina. Carrère è sempre con noi. Con la sua scrittura, semplice e diretta, ci guida come un moderno Virgilio dentro l’inferno dell’animo umano, alla ricerca di paure e traumi da esorcizzare per comprendere meglio se stessi. Come nelle precedenti opere, quali La vita come un romanzo russo e L’avversario, anche qui l’autoreferenzialità non manca (il precario rapporto con la moglie alla vigilia degli eventi, l’incapacità di amare e l’insoddisfazione verso la propria vita, saranno le scintille che metteranno in moto la volontà di raccontare questa storia), ma questa non sarà più il centro della vicenda, bensì farà un passo indietro, lasciando in primo piano la volontà di concentrarsi sugli altri, di partire da essi e dai loro problemi per arrivare al cuore dei sentimenti che muovono i legami tra le persone.

Alla fine non so se sia giusto o meno definire Carrère un autore di autofiction. Lui stesso, con buona pace del mio professore, non vuole che lo si definisca tale. Perciò, nel dubbio, preferisco usare le sue stesse parole:

Come definirei i miei libri? Dei ritratti. Se io fossi un pittore, sarei sicuramente un ritrattista.