BLOGROLL: LOKEE, IL SOCIAL NETWORK DEL FANTASTICO

di Salvatore Cherchi e Mattia Rutilensi

 

Resistenza virtualmente armata contro l’oligarchia delle banalità

Questo è il motto che guida la banda di Lokee, conosciuti su facebook come Nerd Bloc, il gruppo che ha fondato il primo social network del fantastico. Per conoscerli meglio abbiamo chiaccherato con Victor Draco, uno dei fondatori del progetto. Si è parlato di videogiochi, di nerd e naturalmente di Lokee.

 

Come nasce Nerd Bloc e il progetto Lokee?

È iniziato tutto un po’ di anni fa, tra amici che si conoscevano da una vita, a cui piacciono i gdr e l’eloquio. C’è venuta l’idea di creare una pagina facebook ironica e nerd. La cosa è piaciuta e ha iniziato ad avere il suo seguito, così abbiamo aperto il blog, gestito da una redazione fatta da noi e da esterni che si sono aggiunti via via. Dopo è arrivato anche il sito, per avere uno strumento che permettesse di unire i vari elementi che componevano il progetto Lokee.

 

Nerd Bloc

 

E da lì il social network del fantastico.

Volevamo qualcosa che andasse oltre le classiche funzioni del blog: scrivi e commenta, ma qualcosa che potesse vivere anche off-line. Giorno dopo giorno ci stiamo riuscendo, siamo cresciuti tanto. Non siamo dei paginoni, ma su facebook abbiamo i nostri ventun mila seguaci e sul sito la comunità è molto attiva. In giro per le fiere ci incontriamo coi nostri seguaci più affezionati, per esempio un nostro utente, incontrato a una fiera di Bolzano, ci promise che sarebbe arrivato con un po’ di birre e, promessa mantenuta, arrivò con un trolley alto un metro saturo di birre.

 

Lokee, cosa è di preciso?

Lokee è un progetto che si propone di offrire una “casa” e un “villaggio” agli amanti del fantastico, qualunque sia la sua forma, perché il fantastico è un modo di vivere. Non stiamo parlando di una fede o ideologia, ma di un modo per vivere le proprie passioni: videogiochi, giochi di ruolo e da tavolo, narrativa, fumetti, cinema, cosplay e chi più ne ha più ne metta. Quello che vogliamo è unire le persone per il “tipo di passione” e non per “l’oggetto della passione”, creare una base comune a tutti, trasversalmente al proprio oggetto di passione o alla propria posizione geografica.

 

Questo in teoria, nella pratica come funziona?

Vai sul sito, ti registri, e sei arruolato nell’armata del fantastico. Chi entra ha a disposizione un blog dove può scrivere liberamente, e che confluisce su un social blog comunitario, dove i vari articoli vengono commentati e votati da tutti gli utenti. Ogni articolo può ricevere i “Sigilli del Re”, simili ai like di fb, ma con un concetto differente: non è un “mi piace quello che dici”, ma più “ciò che hai espresso per me ha un valore”. Vi è poi uno strumento che da la possibilità di organizzare eventi, e a breve ce ne sarà attivo uno per la condivisione di file multimediali. Il tutto creato con un’impronta “game”, dove ogni azione che compi ti da dei P.E. che ti fanno salire di livello, sbloccare titoli, carriere e ambientazioni. Ti costruisci così un’identità all’interno della comunità. Tutto ciò non serve a niente, però è divertente, ed è un modo per retribuire chi posta contenuti. Vedere tanti sigilli dati al proprio articolo, crescere di livello, è una forma di soddisfazione personale.

 

Ci sono filtri e moderazioni all’interno del sito?

Si, sono previsti dei sistemi di sicurezza per evitare le spiacevolezze che capitano in rete, ma fino ad ora non è stato necessario usarli. Uno dei nostri vanti è che la nostra comunità è in grado di automoderarsi. I dibattiti non mancano, anche accesi, ma sempre con toni civili e amichevoli. I contenuti postati sono più o meno sempre di buona qualità, e questo ci piace. Poi ognuno è responsabile di ciò che scrive e posta, non siamo una testata giornalistica quindi non c’è un responsabile editoriale.

 

Il 21° secolo è stato definito il “secolo ludico”, e questo non lo si può negare, grazie anche alla piega social che il settore ha preso. Come vedete questo aspetto, questa “democratizzazione” di un settore definito, sino a dieci anni fa, di nicchia? Siete favorevoli, o vi schierate con chi rimpiange i tempi in cui i videogiochi venivano creati solo per hardcore gamers, e non per giocatori della domenica?

La verità sta nel mezzo, come sempre. Io penso che una democratizzazione, ma sarebbe meglio dire massificazione, porta all’abbassamento, della qualità di quelli che possono essere i prodotti di punta e approccio del settore, ma la qualità rimane e si trova sempre. Non sono i grossi numeri a sbarrare la strade, anzi. La nicchia è un ambiente fertile, è vero, ma chiuso a tutti i potenziali appassionati. C’è tanta gente che potrebbe appassionarsi ai videogiochi, o anche ai giochi da tavolo o altro, ma per un motivo o per l’altro nella sua vita non ci si imbatte mai. Con la massificazione si raggiunge tutti, poi è compito della persona farsi piacere o meno la cosa, scegliere se rimanere un fruitore occasionale o approfondire l’argomento. È vero che i blockbuster hanno standardizzato il prodotto e, sotto certi aspetti, abbassato la qualità media, soprattutto sul piano del plot narrativo. Ma al di là di questo, c’è da dire che il mercato videoludico si sta evolvendo tantissimo, il supporto fisico del gioco sta sparendo in favore del digitale, vedi Steam. Poi ha preso piede KickStarter, la democrazia commerciale resa realtà, dove nascono tanti interessanti progetti che non sottostanno alle logiche del mercato e di vendita.

 

lokee-viviamo-il-fantastico

 

C’è però chi sostiene che il futuro dei videogiochi sia nel mercato indie, dove girano pochi soldi ed effetti speciali, ma molta attenzione per il gioco vero e proprio. Cosa ne pensi? Credo sia un mercato che, almeno per un altro po’, coesisterà con quello dei blockbuster. I grossi titoli continueranno a farla da padrone sul mercato, ma il settore indipendente sta trovando la sua strada, grazie anche appunto a KickStarter, che è qualcosa di rivoluzionario, e permette la nascita e la sopravvivenza di progetti che fino a qualche anno fa era impensabile realizzare. Questo permette il decollo del settore indipendente, che non fa, salvo rarissimi casi, le cifre del mercato di massa, ma sarà comunque una realtà parallela e funzionale.

 

Cosa pensi quando senti dire: “I videogiochi istigano alla violenza”?

Penso tocchi chiamare qualche sacerdote per esorcizzare il demone del qualunquismo. A parte le battute, credo sia un’idiozia. Le persone dovrebbero essere in grado di selezionare e limitare le loro reazioni agli stimoli sociali esterni. Non è un videogioco che ti istiga alla violenza.

 

Secondo me deriva dal fatto che il videogioco non ha il peso culturale che può avere un film o un libro. Ci sono libri e film violenti, ma difficilmente vengono presi come capri espiatori.

Sicuramente. C’è un gap generazionale, fra vent’anni questa assurdità non verrà più detta. C’è una differenza pratica però, il film, o il libro, è un’interazione passiva, dove tu sei soltanto spettatore, nel videogioco invece sei l’attore principale della vicenda, sei tu che compi le azioni, ma resta comunque finzione, perciò si tratta del criterio con cui una persona si approccia alle cose. Se un videogioco è ultraviolento e ha il bollino “V.M. 18” un motivo c’è, poi lo puoi far giocare anche a un sedicenne, ma se da genitore lo regali a un bambino di otto anni, allora la colpa è solo tua. Le interpretazioni si possono dare in tutti i sensi, ma la responsabilità sarà sempre e comunque di chi li usa, mai dello strumento.

 

Secondo te, un domani, i videogiochi si emanciperanno da questa condizione?

Sì, come è successo a tutte le varie forme di espressione culturale. Un tempo la narrativa di evasione era considerata roba da depravati, romanzetti di bassa lega, guarda ora invece. Fumetti e graphic novel hanno guadagnato la loro dignità, ad esempio Watchmen è stato inserito tra i 100 migliori romanzi del secolo scorso. Il videogioco sta pian piano venendo recepito come quello che è: uno strumento di intrattenimento, e come tutto può diventare una forma d’arte.

 

Potrebbe diventare anche un mezzo pedagogico? Come il fumetto, adottato spesso per fare giornalismo…

Sicuramente, uno strumento interattivo è il più efficace sistema di apprendimento. Sono abbastanza convinto che presto sarà un ottimo strumento pedagogico.

 

Anche se in parte hanno preso una strada non proprio pedagogica, mi riferisco ai Droni utilizzati in guerra… I giochi, da che mondo è mondo, non sono usati soltanto per divertire. Il Gioco di Ruolo, o meglio il Gioco di Comitato, una forma meno fantastica, basata sul problem solving e sul ragionamento logico, è usata nei test attitudinali e nella diagnostica di patologie psicologiche di gruppo e non. Da qui a passarlo su un supporto tecnologico il passo è minimo.

 

D20

 

Riguardo il discorso sulla massificazione della cultura videoludica, si può applicare anche al concetto di “Nerd”? Dato che questa figura è stata, possiamo dire, sdoganata da serie tv come The big bang theory o simili. Cos’è oggi un Nerd?

Il termine vuol dire tutto e non vuol dire niente. Aveva un senso ben definito, e non per forza gradevole, fino a una ventina di anni fa. Non per forza tutti gli smanettoni erano nerd, o tutti i disadattati sociali erano smanettoni, però la tecnologia non era diffusa e alla portata di tutti, sia come possibilità di procurarsela che capacità di utilizzarla, quindi chi aveva più tempo libero, per scarsa vita sociale o sportiva, tendeva a sviluppare queste skills. Oggi però questo discorso non si può più fare, Nerd è un termine che ha troppe sfaccettature per avere un significato preciso, è un po’ lo stesso discorso dell’appassionato del fantastico. Lo sdoganamento è una buona cosa, perché apre quel mondo a persone che magari non ci sarebbero mai incappate. Conoscere ciò che ti piace davvero e con cui ami riempire il tuo tempo libero non è una cosa da poco. Sul potersi definire Nerd… secondo la definizione dura e pura sono pochi quelli che si possono definire così oggi, se per esempio una persona segue 20 serie tv al giorno, e ne sa scrivere e discutere, allora è considerato un nerd, o almeno, quella nuova forma che ora si chiama nerd, perché alla fine nerd significa appassionato. Tendenzialmente ci deve essere almeno una componente fantastica, o tecnologica, altrimenti uno si può definire un nerd anche della meccanica o dell’equitazione.

 

Parliamo ora della gestione della pagina Facebook. Siete tra i pochi che quando postano immagini citano sempre, dove reperibile, la fonte di provenienza. Questo però è ancora un impegno che vale la pena di prendersi, oppure bisogna rassegnarsi al discorso che qualsiasi cosa carichi su internet diviene di dominio pubblico?

Ci vuole un minimo di prospettiva: è uno sforzo che vale la pena fare? Spesso si pensa di no, ma in realtà sì, per vari motivi: il primo perché mantenere un’etica coerente nel tempo, oltre che uno stile, è quello che ti fa avere pochi fan, ma buoni. Quando sei un contenitore di roba generalista ottieni interazioni fenomenali, e fai numeri terrificanti, però manca l’affezione verso la pagina, non c’è un rapporto diretto con i fan. Quindi vale la pena, la proprietà intellettuale va protetta. Oggi bisogna porre le basi, altrimenti dopo non si potrà più tornare indietro. Diverso è il discorso se mi parli di burocrazia, legge, metodo di guadagno e copyright legale. Quelli sono discorsi che si fa fatica ad applicare alla legge di internet e di facebook, anche perché tanti autori non hanno in realtà un vero e proprio copyright legale. L’attribuzione però è sacra, non ci si può spacciare per autori di cose non proprie.

 

Cosa si prova a passare da visitatori a espositori in una fiera? Quali sono le cose più strane che vi sono successe?

A una fiera succede sempre di tutto. Di solito sono almeno tre le cose che non devono funzionare, e se tutto funziona tranne due cose, allora devi cominciare a preoccuparti, perché presto succederà qualcosa di brutto (ride ndr). A parte le scemenze, è molto bello passare dall’altro lato. Le fiere sono tutte molto diverse, di tanti tipi, cambia tanto di volta in volta. Il rapporto con il pubblico, con i visitatori, è sempre qualcosa di interessante, stimolante e appagante. Quando vedi che c’è un certo interesse e un certo stupore per quello che fai, o quando vedi arrivare gente che esclama “No, ma siete voi? Finalmente!”, sono gran bei momenti. Per noi è stato molto particolare, anche perché, ad esempio, ho conosciuto due nostri collaboratori che scrivono sul blog da tanto tempo solo al Lucca Comics, e siamo diventati subito grandi amici. Sono situazioni dove vedi in faccia le persone, ed è un primo assaggio di quello che vogliamo fare, cioè costruire qualcosa che partendo dal cyberspazio arrivi poi alla realtà, per far cose che in una stringa di codici non si possono fare.

 

Foto: ©Nerd Bloc/Lokee